Vuoi guarire?

Martedì 12 marzo’13

Vuoi guarire?” sono le parole che Gesù rivolge ad un paralitico. Un paralitico è una persona che non può camminare o muoversi liberamente. E’ impedito nei suoi movimenti; costretto in qualche modo a trascinarsi. Qualche volta anche noi ci trasciniamo pur avendo la capacità di muoverci liberamente. Ci sono paralisi non visibili all’esterno, ma così profonde dentro di noi, che ci impediscono di avere una vita, diciamo, normale. Il dolore, la rabbia, il rancore, il peccato o il senso di fallimento che possiamo portare dentro di noi sono delle vere e proprie paralisi. Ciò che è più grave, è la rassegnazione, e dunque, in questo caso la vera paralisi, che niente cambierà. Siamo talmente rassegnati, che non riusciamo più nemmeno a trovare la forza per reagire, per lottare. Ci sentiamo in qualche modo schiacciati sotto il peso delle nostre paralisi e non ci è più possibile rialzarci. Soprattutto c’è quella sensazione tremenda di rassegnazione, che, davanti a noi, vediamo solo nebbia e nient’altro. Questo accade perché riponiamo la nostra speranza in noi stessi, come se fossimo in grado di risollevarci ancora una volta da soli. Arrendersi non è facile; ma ammettere di aver bisogno di aiuto è più complicato di quanto possiamo immaginare. Siamo sempre li a ripeterci: ce la posso fare. Ma non chiediamo aiuto; mai! nemmeno quando siamo costretti a dover accettare l’evidenza. La domanda non è dunque per niente scontata; anzi, essa è piuttosto provocatoria: ti costringe di dover ammettere a te stesso la tua totale impotenza. La risposta non è facile perché rischiamo di rispondere come l’uomo del Vangelo: una risposta che evidenzia una sfiducia nella possibilità che il suo interlocutore lo possa guarire. La domanda di Gesù costringe a prendere una posizione: è una verifica della nostra fede nei confronti della sua persona. Credere o no che a Dio tutto è possibile. E credere a Dio vuol dire riconoscere il proprio peccato, e dunque la nostra assoluta impossibilità di guarigione e di salvezza. Una domanda, che prima di tutto, è una provocazione per l’uomo. A noi la risposta.

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