“Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso all’infuori di te” Est 4,17

Giovedì 21 febbraio’13

Il coraggio di pregare. Pregare, al di là di quanto si possa comunemente pensare, non è cosa così facile da praticare. A dimostrazione di quanto appena detto, è il fatto che spesso si prega quando ce ne ricordiamo, se ne abbiamo voglia, o solamente quando abbiamo bisogno di qualcosa. Pregare, pregare sul serio, non è istintivo; è più facile arrabbiarsi o disperare di fronte alle avversità. Pregare Dio è amarlo. Perché pregare è intrattenersi con Lui, condividere con Lui, dialogare con Lui; soprattutto è ascoltarlo perché ha qualcosa da dirci e da darci. La preghiera è respiro per l’uomo: infatti come l’aria è vitale per vita biologica dell’uomo, così la preghiera è necessaria per la sua vita spirituale. Una preghiera che non può essere svincolata dalla realtà, ne tanto meno un modo per fuggire dalla propria vita. Pregare poco e male, di fatto, crea sempre un vuoto da riempire. Uno spazio vuoto che necessariamente sarà riempito di cianfrusaglie, come gli idoli delle nostre ambizioni o egoismi, che non daranno mai al cuore quello che cerca e desidera veramente. La preghiera è ossigeno puro per il cuore dell’uomo; è una brezza mattutina che rinfresca i sentieri aridi dell’esistenza. Pregare è lasciare a Dio lo spazio per potersi inserire nelle nostre vite, svuotandole, e dunque purificandole, da tutto ciò che non è vita. Si, pregare è amare Dio, perché è lasciarsi amare da Lui prima ancora che noi possiamo in qualche modo contraccambiare il suo amore. Ed è per questo che è difficile pregare; proprio perché è più facile amare che lasciarsi amare. Lasciarsi amare richiede umiltà: si l’umiltà di chi riconosce il bisogno di sentirsi amato, amato da qualcuno: da Dio, appunto. Pregare è riconoscere dunque di essere bisognosi, poveri; mendicanti. Si pregare non è facile; ma è vitale per l’uomo.

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