«Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» Gv21,17

Abbandonarsi. Abbiamo sempre l’istinto di difenderci quando siamo di fronte alla Verità. La tentazione di presentarci al cospetto di Dio con la “pagelline” piene di bei voti. Ma la domanda che Pietro si sente rivolgere da Gesù per ben tre volte, al di là della sfumatura importante dei due verbi utilizzati, è una domanda che deve metterci in crisi. Perché se pensiamo che l’amore di Dio verso di noi dipenda dalla nostra qualità morale o dalle buone azioni che riusciamo a produrre, forse siamo fuori strada. La domanda va molto più in profondità. Va direttamente al centro del nostro cuore. Potremmo parafrasarla così: Mi ami più del tuo peccato, più del tuo limite; mi ami più dei tuoi fallimenti, più della tua incapacità ad essere un bravo cristiano … insomma, mi ami più di te stesso e della tua stessa vita? Ecco, se abbiamo ancora qualcosa da difendere (o da nascondere) di fronte al suo amore, allora vuol dire che non ci siamo abbandonati totalmente alla sua misericordia; vogliamo farcela da soli, una specie di autosalvezza. Paradossalmente il nostro peccato è la verità del suo amore. Solo se lo lasciamo entrare fin nelle profondità del nostro essere possiamo essere totalmente salvati e redenti; non solo in ciò che di buono è presente in noi, ma anche e soprattutto nel nostro peccato e nelle nostre fragilità. E’ scoprirsi creatura amata infinitamente dal suo Creatore; è lasciare che Dio sia Dio. Essere totalmente alla presenza di Dio: “Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti” (salmo 139,8). E’ Lui che ci viene a cercare, a volte, proprio nei nostri inferni. Lasciamoci afferrare (salmo 139,10).

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