Signore del sabato (Mc 2,23-28)

Martedì 21 gennaio ’14 – II sett. T.O.

Nascondersi. Nella vita, di tanto in tanto, capita di imbattersi in talune persone, che sembrano non sbagliarsi mai. Ostentano una tale perfezione, un certo rigorismo, che stare alla loro presenza è a dir poco imbarazzante. Questi personaggi si dimostrano molto rigidi nei confronti delle regole e delle norme, e hanno la capacità di riuscire a farti sentire in colpa, se per caso ti dovesse capitare di sbagliare, o di fare qualcosa che esce dagli schemi, come per esempio, l’episodio raccontato nel Vangelo di oggi. Con l’esperienza, con gli anni, ma soprattutto con la frequentazione delle pagine evangeliche, ho scoperto che in realtà questa rigidità nasconde sempre qualcosa. Infatti, queste persone hanno l’abitudine di nascondersi dietro le regole per coprire, o le proprie malefatte, o la propria incapacità nel relazionarsi con Dio. Anziché vivere nella libertà dei figli di Dio, cosa che richiede un gran senso di responsabilità e una buona dose di onestà, preferiscono nascondersi dietro le regole perché ciò risulta molto più facile e sicuro. Non è un caso che il Signore Gesù controbatta coloro che lo accusano di violare il sabato, richiamando l’atto creativo di Dio all’alba del mondo. Richiamando il racconto di creazione, Gesù ci ricorda che l’uomo è al vertice dell’opera creativa di Dio. La creazione però non si conclude con la creazione dell’uomo e della donna, ma con il settimo giorno, nel quale Dio si riposa. Dio mostra (dimostra) di essere più forte della propria forza, aprendo così la possibilità di poter definire quella che potremmo benissimo chiamare la mitezza di Dio. Questa mitezza è il modo di esercitare il proprio domino sul creato. Il sabato (per noi la domenica), giorno di riposo, apre così una possibilità alla sua creazione, o meglio all’essere umano; Dio ritirandosi, offre una possibilità di poter essere all’umanità. Fissando un termine al proprio intervento creatore, Dio apre uno spazio di libertà nel quale poter agire. Uno spazio nel quale l’uomo e la donna, l’umanità, sono chiamati a essere loro stessi creatori o creativi, esercitando, secondo l’obbedienza ricevuta da Dio (cfr. Gen 1,26-31). Un dominio che però, deve essere come quello di Dio: cioè definito da quella mitezza capace di dominare la propria forza o potenza. La vocazione umana, a divenire essere umano, potrebbe essere dunque questa: nello spazio che Dio apre alla possibilità tirandosi indietro, l’uomo deve assumere la propria responsabilità di fronte al creato e a ogni essere umano. L’uomo è chiamato ad essere esso stesso creatore di un mondo veramente più umano e veramente molto bello, tramite la “mite potenza”. È in questo modo che l’uomo, l’essere umano, può diventare ciò che è: immagine di Dio. (Per un approfondimento delle tematiche rimando al testo a cui mi sono ispirato per la seconda parte di questa riflessione: Andrè Wénin, L’uomo biblico, EDB, 2005). Fra Marco.

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