Seguimi

Sabato 21 settembre’13 – XXIV sett. T.O.

Tutto in una parola: seguimi! La straordinaria avventura del discepolo si può racchiudere in questa semplicissima e unica parola.
Il fondamento evangelico della vita consacrata va cercato nel rapporto speciale che Gesù, nella sua esistenza terrena, stabilì con alcuni dei suoi discepoli, invitandoli non solo ad accogliere il Regno di Dio nella propria vita, ma a porre la propria esistenza a servizio di questa causa, lasciando tutto e imitando da vicino la sua forma di vita.” [1] L’unica ragione dell’esistenza della vita consacrata consiste nell’essere innamorato di Dio. Questo innamoramento comporta una totale rivoluzione nell’esistenza del consacrato stesso. Il consacrato deve esprimere, attraverso i consigli evangelici, la sua adesione totale conformativa a Cristo della propria esistenza. [2] Un coinvolgimento che deve essere per forza totale. L’evangelizzazione della sua persona deve toccare tutti i settori della propria esistenza. La familiarità con la Parola di Dio ha un ruolo preponderante nella formazione del consacrato: essa, infatti, ha una funzione autorevole, formatrice, e plasmatrice. Non sempre purtroppo c’è la disponibilità a un autentico cambiamento della nostra vita e a mettere in discussione le proprie idee e modi di vedere. Soprattutto persiste un insana tendenza all’autorealizzazione. E’ dunque necessaria un’evangelizzazione più profonda del nostro modo di vedere, di vivere e soprattutto del nostro rapporto con le cose. Fondamentale è però ripensare la vita consacrata non in vista di un’autorealizzazione personale, ma verso un sacrificio di se stessi, che passa inevitabilmente attraverso sempre più il proprio rinnegamento (compreso i nostri modi di vedere, idee, etc.). Non dovremmo mai dimenticare che la vocazione del “singolo”, da un punto di vista biblico, si verifica sempre e solo a favore di tutto il mondo. Ne sono l’espressione in questo senso Giuseppe d’Egitto, Mosè, Giosuè, Elia, e su fino ad arrivare a Gesù stesso. Ci ricorda Hans U. Von Balthasar che la vocazione biblica, assumendo Cristo come modello, è espropriazione di un’esistenza privata in funzione della salvezza universale: diventare proprietà di Dio, per essere da Lui consegnati al mondo da redimere e venir usati e consumati nell’evento della redenzione. [3] Continua Von Balthassar: Ma ecco subito il punto decisivo: come Cristo è persona per divenire funzione, così ogni vocazione biblica è primariamente personale per poi – a partire da un si personale a Dio – poter essere usata in maniera funzionale. Nello spazio della rivelazione ciò che è “astratto”, “istituzionale” esiste soltanto e sempre in seconda battuta, anzi bisogna andare oltre ed affermare che tutto ciò che è istituzionale si può estendere soltanto nello spazio che si apre attraverso la funzionalizzazione di una persona chiamata. [4] Questo comporta che la vocazione del singolo non può mai essere considerata alla luce di una dimensione strettamente personale; essa è piuttosto sempre in funzione di popolo, cioè del popolo che Dio si è scelto; e dunque della Chiesa.[5] Basti pensare al nostro serafico padre san Francesco, il quale non si è mai pensato in funzione di se stesso; da qui la sua necessità di pensarsi come facente di un popolo, quello di Dio, e dunque della Chiesa. La vita consacrata non rientra negli istinti naturali dell’uomo (spontaneità delle azioni naturalmente umane), soprattutto in una società come quella attuale; essa, la vita consacrata, si pone piuttosto in una direzione decisamente controcorrente dove non esistono le parole “a condizione che”. Sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento la vocazione esige innanzitutto una disponibilità incondizionata e illimitata a tutto ciò per cui Dio potrebbe e volesse usare e inviare chi da lui è chiamato. (Gen 12,1; I Sam 3,9; Is 6,8; Atti 9,6). Viene quindi esclusa, se la realtà “vocazione” deve verificarsi, una disponibilità limitata in antecedenza da parte dell’uomo: io voglio seguire la chiamata di Dio e servirlo, se posso fate questo o quello, se vengo sistemato in questo o quel posto. Il si al Dio che chiama è troppo vicino all’atto di fede nel Dio che si rivela, per poter permettere tali limitazioni; atto di fede che deve avvenire in maniera ugualmente illimitata nei confronti di tutta la verità di Dio, sia che l’uomo la comprenda o no, sia che gli sia gradita o spiacevole. La specificazione del “per che cosa” dell’essere chiamato avviene da parte di Dio soltanto all’interno del si della disponibilità incondizionata. [6] Non di rado invece si antepongono interessi personali camuffati da resistenze, che altro non fanno che ostacolare l’opera della grazia in noi, nella fraternità, e di conseguenza nella Chiesa e nel mondo. Il “si” che diciamo a Dio è spesso pieno di clausole paralizzanti. Perfino l’apostolato è usato spesso come scusa per coprire questa disponibilità condizionata. Viene così a mancare una fecondità del sacrificio del religioso, e dunque della vita consacrata.   In corrispondenza a tutto questo nessun chiamato da Gesù ha possibilità di diventare fecondo attraverso il suo servizio nel Regno di Dio, tranne che se tutte le cose contingenti che fa e soffre sono eccedenza di una illimitata disponibilità di impegno. [7] Il punto è: quanto siamo disposti a dare a Dio? L’unico atto col quale un uomo può corrispondere al Dio che si rivela è quello della disponibilità illimitata. Esso è l’unità di fede, speranza e amore. Ed è pure il si che Dio esige, quando vuole servirsi di un credente secondo i suoi piani divini.[8] e se se c’è questo “si”, tutto è possibile.

[1] Giovanni Paolo II, Esortaz. Apost. Vita consacrata, 1996, n. 14.
[2] Ibid., 16.
[3] H. U. Von Balthasar, Vocazione, Editrice Rogate, 2008, p. 22.
[4] Ibidem.
[5] “Ma questo cammino verso Dio non è mai isolato, un cammino solo nell’«io», è un cammino verso il futuro, verso il rinnovamento del mondo, e un cammino nel «noi» dei chiamati che chiama altri, fa ascoltare loro questa chiamata. Perciò la chiamata è sempre anche una vocazione ecclesiale. Essere fedeli alla chiamata del Signore implica scoprire questo «noi» nel quale e per il quale siamo chiamati, come pure andare insieme e realizzare le virtù necessarie. La «chiamata» implica l’ecclesialità, implica quindi la dimensione verticale e orizzontale, che vanno inscindibilmente insieme, implica ecclesialità nel senso di lasciarci aiutare per il «noi» e di costruire questo «noi» della Chiesa” (Benedetto XVI, Lectio divina, Incontro con i parroci di Roma, Aula Paolo VI, 
Giovedì 23 febbraio 2012).
[6] Ivi, p. 27.
[7] Ivi, p. 29.
[8] Ibidem.

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