Se mi amate, osserverete i miei comandamenti

Domenica di Pentecoste, 19 maggio ’13

Pentecoste, festa della mietitura (Es 23,16 ss) o delle settimane (sette settimane) avviene, ieri come oggi, cinquanta giorni dopo la Pasqua, e segnava il termine della mietitura del frumento. Solo tardivamente si unì il ricordo della promulgazione della legge del Sinai. Il Vangelo di Giovanni, diversamente dagli Atti degli Apostoli, ricorda come l’effusione dello Spirito Santo sui discepoli sia avvenuta subito dopo la risurrezione di Gesù (Gv 20,22). È necessario dunque, distinguere la Pentecoste degli Atti da quella giovannea; pur avendo lo stesso senso teologico marcando entrambe la dimensione ecclesiale, nel Vangelo di Giovanni è in risalto la centralità di Cristo e il suo rimanere presente nella Chiesa proprio attraverso l’azione dello Spirito Santo. Aspetto sottolineato in modo particolare dal Vangelo di questa giornata (Gv 14,15-16.23-26). La permanenza del Figlio nei discepoli è un’azione trinitaria; un’azione congiunta tra il Padre e il Figlio attraverso lo Spirito Santo. Un’azione legata alla modalità con la quale il discepolo è disposto a rimanere nell’amore di Dio, che non potendo prescindere dall’osservanza della parola del Figlio che a sua volta è la stessa parola del Padre. Senza questa disponibilità a rimanere nell’amore congiunto del Figlio e del Padre, la missionarietà del discepolo e la sua fecondità sono compromesse in quanto mancanti dell’ausilio del Paràclito che guida e sostiene la Chiesa. Il discepolo senza questa disponibilità interiore è orfano, e la sua azione è inevitabilmente destinata a fallire, anche quando sembra riscuotere successi, che però sono solo successi puramente umani. La missione del discepolo e della Chiesa, infatti, può avvenire solo secondo la modalità indicata dal Figlio, cioè all’interno di una dinamica pasquale secondo la quale il Padre è colui che invia il Figlio, che a sua volta invia i discepoli, nel frattempo divenuti figli nel Figlio. Le apparizioni del Risorto, d’altro canto, evidenziano lo stare in mezzo di Gesù stesso (Gv 20,19.26; Lc 24,36), quasi a ricordarci, che se Egli non sta al centro della nostra vita, essa non è sorretta dall’azione del Paràclito e dunque la nostra fecondità evangelica, per quando possano illuderci le opinioni favorevoli della gente, non è destinata a procurare frutti di vita eterna.

Leave a Reply

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>