Reo di colpa eterna… (Mc 3,22-30)

Lunedì 27 gennaio ’14 – III sett. T.O.DSC_0067

Il cuore ostinato. Le parole di Gesù, oggi, sono molto confortanti, ma allo stesso tempo molto forti. Quasi ci spaventano. Afferma che tutti i peccati e le bestemmie saranno perdonati. Il peccato contro lo Spirito Santo invece no. Sono parole che lasciano perplessi. Gesù compie dei miracoli, dei segni prodigiosi. Addirittura scaccia gli spiriti maligni. Tutti questi segni però non bastano agli scribi per dimostrare la sua identità. Il cuore di questi uomini è ostinato, chiuso. Trovano scuse, interpretazioni alternative ai segni che i loro occhi vedono. Di miracoli Gesù ne ha compiuti molti: segno evidente che non sono i miracoli il vero accesso alla vera fede. Non solo. Ha annunciato e predicato il Regno; ma nulla sembra scalfire il loro cuore. Una domanda sorge spontanea: è solo questo? Credo di no! Perché di fatto non è solo questione di vedere segni prodigiosi; si tratta, semmai, di accogliere quelle mozioni interiori che provengono dallo Spirito Santo. Nel cuore di un uomo lo Spirito agisce, spinge, conferma, scioglie, guarisce. Soprattutto ti da quella capacità di poter accogliere e riconoscere la presenza di Dio. Se l’uomo ascolta onestamente il proprio cuore, si apre alla suddetta azione. Il problema emerge quando invece si rifiuta, questo ascolta perché abbiamo qualcosa da difendere. Non importa se siano interessi o convinzioni, personali o sociali. Se l’uomo si ostina a voler rimanere chiuso, Dio non può fare nulla. Il perdono non sarà concesso, non tanto per volontà di Dio, ma perché l’uomo dal cuore ostinato si rifiuta di accogliere la salvezza e il perdono.

Un episodio della vita si san Francesco può aiutarci a riflettere. Dovremmo cercare di avere lo stesso spirito che mosse Francesco ad entrare nella chiesetta di San Damiano, essere cioè, spinti “dall’impulso dello Spirito Santo”, come avremo modo di ascoltare. Dovremmo oltremodo interrogarci sul senso di queste parole. Che cosa vuol dire essere mossi dallo Spirito Santo? Potrebbe essere quell’impulso che si avverte quando siamo mendicanti di Dio e del suo amore e che ti da la certezza che la strada che abbiamo intrapreso è quella giusta; qualcosa di più forte di noi e che ci spinge  dal più profondo del cuore ad andare in una direzione anziché in un’altra, come quando ci si trova ad un bivio. Cosa si può fare in questi momenti? Attendere che qualcuno ci illumini il cammino.

Dalla Leggenda Maggiore di san Bonaventura (FF1038 -1040): Il servo dell’Altissimo, in questa sua nuova esperienza, non aveva altra guida, se non Cristo, perciò Cristo, nella sua clemenza, volle nuovamente visitarlo con la dolcezza della sua grazia. Un giorno era uscito nella campagna per meditare. Trovandosi a passare vicino alla chiesa di San Damiano, che minacciava rovina, vecchia com’era, spinto dall’impulso dello Spirito Santo, vi entrò per pregare. Pregando inginocchiato davanti all’immagine del Crocifisso, si sentì invadere da una grande consolazione spirituale e, mentre fissava gli occhi pieni di lacrime nella croce del Signore, udì con gli orecchi del corpo una voce scendere verso di lui dalla croce e dirgli per tre volte: “ Francesco, va e ripara la mia chiesa che, come vedi, è tutta in rovina! ”. All’udire quella voce, Francesco rimane stupito e tutto tremante, perché nella chiesa è solo e, percependo nel cuore la forza del linguaggio divino, si sente rapito fuori dei sensi. Tornato finalmente in sé, si accinge ad obbedire, si concentra tutto nella missione di riparare la chiesa di mura, benché la parola divina si riferisse principalmente a quella Chiesa, che Cristo acquistò col suo sangue, come lo Spirito Santo gli avrebbe fatto capire e come egli stesso rivelò in seguito ai frati. Si alzò, pertanto, munendosi del segno della croce, e, prese con sé delle stoffe, si affrettò verso la città di Foligno, per venderle. Vendette tutto quanto aveva portato; si liberò anche, mercante fortunato, del cavallo, col quale era venuto, incassandone il prezzo. Tornando ad Assisi, entrò devotamente nella chiesa che aveva avuto l’incarico di restaurare. Vi trovò un sacerdote poverello e, dopo avergli fatta debita reverenza, gli offrì il danaro per la riparazione della chiesa e umilmente domandò che gli permettesse di abitare con lui per qualche tempo. Il sacerdote acconsentì che egli restasse; ma, per timore dei suoi genitori, non accettò il denaro – e quel vero dispregiatore del denaro lo buttò su una finestra, stimandolo polvere abbietta. Mentre il servo di Dio dimorava in compagnia di questo sacerdote, suo padre, lo venne a sapere e corse là con l’animo sconvolto. Ma Francesco, atleta ancora agli inizi, informato delle minacce dei persecutori e presentendo la loro venuta, volle lasciar tempo all’ira e si nascose in una fossa segreta. Vi rimase nascosto per alcuni giorni, e intanto supplicava incessantemente, tra fiumi di lacrime, il Signore, che lo liberasse dalle mani dei persecutori e portasse a compimento, con la sua bontà e il suo favore, i pii propositi che gli aveva ispirato.

Riflettiamo insieme: “volle lasciar  tempo all’ira”: nel testo non si specifica chi si debba calmare, Francesco o il padre; ma Francesco si nasconde, non tanto per fuggire, ma per pregare. Pregare è parlare con Dio, affinché trasformi quest’ira in “compimento della sua volontà”. Francesco ci insegna che anche noi quando siamo di fronte ad un bivio, possiamo sempre scegliere che cosa fare: pregare!

 

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