“Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato” Ger 1,5

Domenica 3 febbraio’12

Due i pensieri che desideriamo condividere con voi. Il primo è sulla vocazione. La parola vocazione etimologicamente dal verbo latino vocàre, cioè chiamare. Indica l’azione di chiamare, e il movimento interiore attraverso il quale uno si sente chiamato ad operare il bene o ad una speciale maniera di vivere (F. Bonomi, Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana). La prima lettura della liturgia della parola, tratta dal profeta Geremia, ci racconta una dimensione misteriosa della vocazione personale che il profeta riceve. Un chiamata che lo raggiunge sin dal grembo materno, ancora prima di nascere. Addirittura l’autore del salmo 139 (138) si spinge oltre: Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra (v.15). L’azione misteriosa di Dio nella chiamata del profeta, ma questo vale per ogni essere umano che viene alla luce, lo coinvolge sin dai primi istanti di vita; addirittura Dio si prende cura dell’uomo facendo attenzione ad ogni minimo particolare (così potrebbe essere interpretato il verbo ricamare). Un attenzione che solo l’uomo può rovinare con un’azione spregevole di disprezzo. Una chiamata, quella della vocazione, in qualunque modo si espliciti, che prima ancora di ridursi a delle cose da fare, è una chiamata a essere ciò per cui Dio ci ha creato: una risposta all’amore di Dio. Dimentichiamo facilmente che la vita stessa è chiamata, una chiamata ad una comunione d’amore con Dio. Prima ancora che di essere una modalità attraverso la quale si risponde a Dio che chiama, come lo sono per esempio il matrimonio, il sacerdozio o la consacrazione religiosa, o quanto la fantasia di Dio può inventare, la vocazione è un rapporto, una relazione intima, profonda con Dio che avviene solamente in una comunione d’amore. La conseguenza di una simile realtà, ed il secondo punto di questa riflessione, è dunque la chiamata ad amare nella misura con la quale Dio stesso ci ama. La seconda lettura proposta dall’odierna liturgia della parola (1Cor 13), è un invito a scoprire la via più alta di realizzazione umana: quella nell’amore. Non un amore qualunque, banale o confuso, come oggi tristemente spesso ci vengono proposti, ma un amore senza misura; che dico, fuori misura. L’uomo è stato creato da Dio per amore e per amare; se l’uomo dimentica questa sua prerogativa esistenziale, egli è impossibilitato ad realizzarsi, ripiegandosi inevitabilmente su se stesso, o riducendo il prossimo a semplice oggetto del proprio piacere. Senza riscoprire quest’altissima chiamata di Dio, l’uomo è destinato non solo al fallimento della propria realizzazione, ma perfino alla infelicità. Dio ha scommesso sull’uomo più di quanto noi stessi possiamo immaginare.

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