Presentazione al tempio della beata Vergine Maria (Lc 19,41-44)

Giovedì 21 novembre ’13 – XXXIII sett. T.O.

Oggi la liturgia si muove in due direzioni. La presentazione della Beata Vergine Maria e la parola autorevole del Vangelo. La presentazione della B. V. Maria è una tradizione molto antica, celebrata soprattutto in Oriente, risalente al 543 in occasione della dedicazione della chiesa di Santa Maria Nuova in Gerusalemme. Il suo significato è molto importante; la Chiesa ha, infatti, compreso più in profondità il “si” di Maria. Un “si” che non è il frutto di una improvvisazione, ma piuttosto di un atteggiamento di accoglienza che si è preparato nel tempo e nella libertà. Nell’icona della presentazione della B. V. Maria, la Chiesa contempla una bambina che si dona completamente a Dio comprendendo l’importanza della sua opera salvifica. La storia della Chiesa ci parla di quanto possa essere forte il desiderio di donare tutta la propria vita a Dio sin da piccoli. Credo che sia sufficiente pensare a san Domenico Savio, santa Gemma Galgani o in tempi più recenti Carlo Acutis, Giulia Gabieli o Chiara Luce Badano, tanto per nominarne qualcuno dei più famosi. L’elenco sarebbe lungo, lunghissimo. Nel momento in cui l’uomo comprende l’amore misericordioso di Dio, nasce in lui il desiderio di partecipare e collaborare a questo amore. Di qui il senso della vita consacrata. Non è forse questo il segreto di chi lascia tutto per seguire il Signore? Un amore più grande! Ogni conversione, come ogni consacrazione, non nasce improvvisamente, ma è un cammino di conversione e di consapevolezza, che ha il suo vertice in quel fatidico “si”. Il Magnificat (Lc 1,46-56) esprime benissimo tutto questo denso cammino di preparazione. La seconda riflessione ce la offre il Vangelo. Paradossalmente anche il rifiuto di Dio, in questo caso di Gesù, non è mai la conseguenza drammatica di una reazione istintiva. Innanzi alla rivelazione di Dio l’uomo è certamente colto impreparato, ma la chiusura si costruisce giorno per giorno, con l’indifferenza fino al rifiuto totale che può portare alle più estreme conseguenze. Quando non sono più disposto a ricercare la verità, o devo difendere degli interessi, fossero anche la mia libertà e le mie convinzioni, senza che nemmeno me ne accorga, il mio cuore si chiude sempre di più. E non bastano nemmeno le lacrime di un Dio rifiutato a sciogliere la durezza del mio cuore. Già le lacrime. Come abbiamo bisogno di versare lacrime per ritrovare la nostra umanità. Se Gesù, Dio, ha pianto, e questa emozione è stata magnificamente immortalata in due pagine del Vangelo (Lc 19,41; Gv 11,35), forse piangere è una delle reazioni più umane con le quali dovremmo riconciliarci. Piangere non è un segno di debolezza; è un segno di umanità. Piangere è da Dio! Fra’Marco.

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