“Prendi il tuo letto” Mt9,6

Àlzati – disse allora al paralitico -, prendi il tuo letto e va’ a casa tua“. C’è sempre una domanda che emerge nel mio cuore quando ascolto questo passo del Vangelo:  a che cosa serve il lettuccio, a questo paralitico, se ora è capace di camminare. Non ho mai trovato nei  testi che spiegano questo passo della scrittura una risposta (quando la danno) che mi abbia sufficientemente soddisfatto. E dunque a che gli serve il lettuccio? Spesso ho pensato, e continuo a pensarlo anche oggi, che questo lettuccio abbia a che fare con  la memoria storica della persona. Insomma come una specie di cicatrice, che ci ricorda chi siamo. Le cicatrici, anche se si rimargino, rimangono li a ricordarci un evento; ci ricordano non solo il nostro passato, cioè ciò che siamo stati, ma anche, se lo vogliamo, ciò che siamo oggi. Il lettuccio ci permette di riconoscere il presente, di avvertire la differenza con un passato che rischierebbe di intrappolarci se non fossimo in grado di vederne le differenze. Quel lettuccio, dunque, ci permette anche di rimanere umili, proprio perché ci ricorda come eravamo. Noi non siamo i nostri sbagli, ma non possiamo nemmeno far finta di non aver mai commesso errori; ma la grazia di Dio (“Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati” v.2) ci permette di rialzarci e poter di nuovo incamminarci sulla via di Dio. Il lettuccio ci ricorda proprio questo evento della grazia che ci ha raggiunto proprio li dove eravamo inchiodati a terra; il ricordarcelo ci permette inevitabilmente di diventare, con l’aiuto di Dio, persone migliori, capaci di non commettere più, sempre con l’aiuto di Dio, gli stessi sbagli. Tutto è grazia!

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