«Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?» Mt9,15

Qual è il senso della penitenza, del digiuno per noi cristiani? C’è il rischio che alcune pratiche, come il digiuno e perfino la preghiera, restino solo alla periferia di noi stessi. Si può scivolare su un’esteriorità che in qualche modo diventa una sottile forma di idolatria verso il proprio “io”. “Oh come sono bravo, io vado a messa, io digiuno, io faccio penitenza … io, io, io…” . La spia, il segnale di una tale disposizione interiore è la nostra reazione  di fronte alla libertà degli altri, soprattutto quelli che, per motivi a noi non comprensibili e non noti, non fanno ciò che facciamo noi … . Dio guarda il cuore, come ci insegna la prima lettura del profeta Isaia. Cerchiamo innanzitutto di sciogliere le catene inique con le quali siamo soliti legare il nostro prossimo, tutte quelle forme di vendetta sottile, di rivincita, di indifferenza, di disonestà. Insomma è un richiamo all’interiorità più autentica. Se l’interno è sporco, lo è anche l’esterno … “Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?(Is58,4-6).

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