“Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”

La Chiesa commemora l’ingresso di Cristo in Gerusalemme per portare a compimento il Mistero Pasquale. La Domenica delle Palme unisce insieme il trionfo regale di Gesù e l’annunzio della imminente passione.

Che senso ha per noi celebrare questo ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme? La celebrazione esprime la volontà di iniziare un cammino: accogliere nella nostra vita il mistero del Figlio di Dio nella sua totalità, nonostante le difficoltà soprattutto per la sua passione, morte e risurrezione. E’ come se la Liturgia ci costringesse in qualche modo a porci una domanda: Vuoi seguire Gesù entrando con lui a Gerusalemme fino al Calvario? Vuoi vedere, dove ti conduce il tuo Dio, oltre il mistero della morte, e cioè fino alla gioia della Pasqua?Perché per giungere alla gioia della risurrezione è necessario passare per il calvario. Cristo non ha evitato la morte, anzi essa è entrata a far parte del mistero della sua vita. Celebrare allora la settimana santa vuol dunque lasciarsi coinvolgere profondamente, giorno per giorno, negli avvenimenti che hanno segnato gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù per risorgere con l’Ottavo giorno.

La prima lettura e la seconda ci aiutano a entrare meglio nel mistero pasquale. Nella prima lettura del profeta Isaia (50,4-7), con il terzo canto del servo di Signore emerge e comincia a delinearsi la figura misteriosa di un discepolo che anticipa la persona di Cristo. Un discepolo che ha l’orecchio attento, cioè è capace di ascoltare la voce di Dio. In questo monologo è il servo stesso che racconta cos’è  successo. “Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio”, cioè si richiama al rito che veniva fatto allo schiavo quando entrava nella casa del suo padrone. Sullo stipite della casa si forava il suo orecchio e inserito l’orecchino con il quale era identificato. Accadeva che al termine di un periodo di schiavitù lo schiavo stesso scegliesse di rimanere legato per sempre al proprio padrone. Nel racconto del profeta Isaia è il Signore stesso che fa il rito, e il discepolo (il secondo Isaia) non oppone resistenza, non si tira indietro. Il Signore si è legato al servo, il discepolo, perché appunto Dio è il suo padrone, colui che lo riscatterà, il goèl, il redentore, il riscattatore che ha un legame di sangue e che ha il diritto su di lui. Dio è visto come Creatore, dunque colui che ha un legame di sangue con la sua creatura. In questo legame (la seconda lettura) si scopre l’obbedienza (da obaudire) di cui parla san Paolo: l’obbedienza di Cristo; un obbedienza fino alla morte. Proprio perché Dio (il Goèl) è il creatore, la vita diventa una promessa che Dio manterrà, sebbene sia necessario passare attraverso la morte (di croce). Cristo è colui, che proprio perché è obbediente fino alla morte, è in grado di indicare la via. Egli è la Via. E colui che sa ascoltare la voce del Padre e mette la propria vita completamente nelle sue mani; tanto che il Padre più volte dirà: Ascoltatelo! (Mc9,7). Gesù è il primogenito a tutti gli effetti. Ecco il senso della Domenica delle palme: seguire il Figlio che riporta la moltitudine dei fratelli a casa, al Padre. “Chi segue me, dice Gesù, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce delle vita” (Gv8,12)

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