“Non è Dio dei morti, ma dei viventi” Mc12,27

Non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? 27Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore” . Una domanda: ma alla risurrezione, chi ci pensa? Mi sembra che oggi, nessuno, o comunque pochi, pensi ad un dopo. Si vive come se tutto fosse già tutto qui! Non c’è spazio per un “dopo” nel vero senso della parola. E questo si capisce da come la maggior parte  delle persone si comporta; il modo di accaparrare le cose, l’ambizione, il pensare solo a se stessi, la disonestà, il consumare tutto e subito. Da tutte queste cose si vede come uno ha impostato la propria vita. CHE TRISTEZZA! Come ogni buon libro che si rispetti, anche la vita si capisce a partire dalla fine. Oggi c’è purtroppo carenza di contemplativi, ma nel senso più autentico e cristiano del termine. Il contemplativo non è un sognatore; è piuttosto uno coni piedi ben piantati in terra, ma poiché è ben radicato in Dio, riesce a vedere la realtà nella sua profondità, così come Dio la vede. Ma c’è di più: il contemplativo, proprio perché vede il mondo reale nella sua totalità, è in grado di compiere scelte definitive proprio perché in lui è chiara la speranza del compimento (che non è l’ottimismo!). Abbiamo bisogno di sapere che il tempo non sarà contro di noi.  Ma che c’è una sola grande speranza che sostiene tutte la altre, piccole o grandi che siano. Se i nostri desideri non hanno la speranza che arrivino a un compimento, non riusciremmo a tenere su nessun desiderio. È attesa delle cose future a partire da un presente già donato ( pp. Benedetto XVI, Spe salvi, n.9). La custodia del desiderio è anticipo del compimento. La povertà volontaria scelta dai religiosi, s’inserisce proprio qui: essa custodisce la verità e la profondità del desiderio. Ne anticipa anche il compimento. In Vita Consecrata leggiamo infatti:  prima ancora di essere un servizio per i poveri, la povertà evangelica è un valore in se stessa, in quanto richiama la prima delle Beatitudini nell’imitazione di Cristo povero.Il suo primo senso, infatti, è testimoniare Dio come vera ricchezza del cuore umano. Ma proprio per questo essa contesta con forza l’idolatria di mammona, proponendosi come appello profetico nei confronti di una società che, in tante parti del mondo benestante, rischia di perdere il senso della misura e il significato stesso delle cose (pp. Giovanni Paolo II, Esortaz. apost. post. sin. Vita Consecrata, 1990, n.90). In fondo la domanda dei sadducei, è ancora una volta la domanda di chi quantifica il mondo sull’ago di una bilancia o sula scala decimale di un righello; mai quanto oggi è attuale l’interrogativo di Gesù:  “Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?” (Mt 16,26)

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