Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito!

Martedì 28 maggio ’13

Il Vangelo è profondamente umano. Ci racconta l’umanità in tutte le sue sfaccettature, anche quando noi ne faremmo volentieri a meno. Le parole di Pietro sono esattamente questo: parole umane. Tenendo conto del contesto, cioè il breve colloquio di Gesù con i discepoli avvenuto dopo l’incontro con il giovane ricco tristemente conclusosi, anche in noi, potrebbe sorgere l’interrogativo: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?” (cfr. Mt 19,27). Una frase che fa emergere la profonda mentalità dell’uomo ancora incentrata sul dare e sull’avere. Una domanda che va esattamente al centro del problema: perché fare delle scelte anziché delle altre? Perché comportarsi in un dato modo o, in alcuni casi, affrontare sacrifici o cose del genere? La risposta può venire solo dall’incontro autentico con Gesù. Non è questione di moralismi o idealismi, come qualcuno vorrebbe far credere. No! Si tratta piuttosto di aver incontrato, per non dire impattato, con la persona di Gesù. Senza questo incontro la domanda sarà sempre posta su di un piano solamente materiale o ideale, senza alcuna possibilità di venirne schiodato. Per cui sarà facile essere preda di una religiosità zelante, che finisce, o meglio scade, in una sorta di fondamentalismo, perdendo così il riferimento alla persona di Gesù, coprendosi di ideali o moralismi, come già accennato, i quali rasentano spesso il fanatismo (sia chiaro, non a Gesù, ma agli ideali che perseguono). La differenza nella risposta la fa evidentemente la persona di Gesù, o meglio, il nostro rapporto con Lui. Ciò che fa la differenza è il suo amore che riempie il cuore dell’uomo elevandolo alle forme più alte. Fintanto però che la nostra relazione con Gesù si riduce alla sola difesa di certi valori o istituzioni, cose per altro necessarie, mancherà sempre di quella pienezza, fecondità e vitalità, che le derivano solamente dalla presenza del Risorto in mezzo a noi. L’ostinazione, ma forse sarebbe meglio chiamarla arrabbiatura, di un certo cristianesimo, temo possa facilmente nascondere questioni non risolte a livello personale e non, ben lontane da una vita pienamente riconciliata dalla grazia di Dio. Dimentichiamo spesso che il Signore, piuttosto che imporsi, ha preferito donare la propria vita a vantaggio di quelli che Egli ha amato e sempre amerà, persecutori compresi. Così lo ha inteso la Chiesa primitiva, che ha amato i propri fratelli omicidi a prezzo della propria vita. Forse oggi mancano cristiani capaci di sacrificare la propria vita (non necessariamente con il sangue) per la salvezza di fratelli che ancora non sanno di esserlo. Non c’è da meravigliarsi in una società come la nostra; morire per l’altro richiede una tale libertà da se stessi, ma soprattutto aver capito che l’altro, chiunque esso sia, è tuo fratello. Questo mi sembra sia stato l’esempio che il Figlio di Dio ha dato in extremis. Il Vangelo è roba seria.

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