“Molti lo rimproveravano perché tacesse” Mc10,48

Domenica 28 ottobre 2012

Un racconto per i nostri tempi. Mi hanno colpito le parole di papa Benedetto XVI all’Udienza Generale di mercoledì 24 ottobre’12:  “Oggi, insieme a tanti segni di bene, cresce intorno a noi anche un certo deserto spirituale. A  volte, si ha come la sensazione, da certi avvenimenti di cui abbiamo notizia tutti i giorni, che il mondo non vada verso la costruzione di una comunità più fraterna e più pacifica; le stesse idee di progresso e di benessere mostrano anche le loro ombre. Nonostante la grandezza delle scoperte della scienza e dei successi della tecnica, oggi l’uomo non sembra diventato veramente più libero, più umano; permangono tante forme di sfruttamento, di manipolazione, di violenza, di sopraffazione, di ingiustizia… Un certo tipo di cultura, poi, ha educato a muoversi solo nell’orizzonte delle cose, del fattibile, a credere solo in ciò che si vede e si tocca con le proprie mani. D’altra parte, però, cresce anche il numero di quanti si sentono disorientati e, nella ricerca di andare oltre una visione solo orizzontale della realtà, sono disponibili a credere a tutto e al suo contrario. In questo contesto riemergono alcune domande fondamentali, che sono molto più concrete di quanto appaiano a prima vista: che senso ha vivere? C’è un futuro per l’uomo, per noi e per le nuove generazioni? In che direzione orientare le scelte della nostra libertà per un esito buono e felice della vita? Che cosa ci aspetta oltre la soglia della morte?”.  Si ha l’impressione che l’uomo di oggi viva una specie di cecità esistenziale: conosce molte cose, ma non sa chi in realtà egli sia. Di conseguenza non si pone mai la domanda “chi sono io veramente?”, perché troppo pericolosa; lo indurrebbe a riflettere su ulteriori domande. Da dove vengo? Dove vado a finire? Domande che creano angoscia, smarrimento. Meglio evitarle??? Eppure quelle domande che affollano il nostro cuore, sono sempre li: per quanto ci vogliamo stordire e distrarre in tutti i modi,  al mattino sono sempre li che ci aspettano. Non ci lasciano mai. Lo stato di angoscia che ci portiamo dentro è il sintomo più evidente delle domande impellenti a cui cerchiamo in tutti i modi di sottrarci. La nostra società, d’altro canto lo sa bene! Fermarsi a pensare su queste cose è pericoloso: metterebbe in crisi tutto un sistema di business che gioca sul divertimento per sottrarre l’uomo all’angoscia del dover pensare ed affrontare certi punti cruciali della vita dell’uomo. Ecco, pronta li, la novità illusoria che ti distrae dall’insostenibile angoscia dell’uomo. Esattamente come nel Vangelo di oggi, dove Bartimeo è condannato a condurre un’esistenza ai margini, e c’è chi vuole impedirgli di gridare, di urlare il suo dolore. C’è una massa anonima, senza un volto, senza un nome, che cerca sempre di impedire agli ultimi di farsi avanti. Perché in fondo, quel grido è un’accusa contro l’indifferenza; è un grido che mette l’uomo di fronte alla verità dell’esistenza. Un grido che ti porta a prendere coscienza della vita dell’uomo. Un grido che ti costringe a pensare! Il grido dell’uomo però non sfugge a Dio; anzi, sono proprio i coloro che volevano zittire Bartimeo che si fanno portatori della voce di Gesù: “Coraggio! Alzati, ti chiama!”. Bartimeo, però è un uomo di fede,e  non esita a gettare via l’unica sicurezza umana che possiede, cioè il suo mantello, il suo unico rifugio contro il freddo agghiacciante della notte. E’ un uscire dai margini prima ancora che succeda qualcosa, segno di una vitalità per nulla rassegnata. La domanda di Gesù infatti va proprio in questa direzione: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” Una domanda che sembrerebbe inutile, come se il Signore non lo sapesse. E’ l’uomo piuttosto che ha bisogno di essere messo di fronte alla propria realtà e prenderne consapevolezza. Una consapevolezza che si raggiunge, forse, solo dopo aver trovato il coraggio di gridare il proprio dolore. Ma questa, è un’altra storia …

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