“Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi” Lc14,18

Lunedì 6 novembre 2012

Scuse. La parabola che racconta Gesù dovrebbe farci riflettere sulla nostra abilità nell’inventare scuse per non accogliere gli inviti che il Signore continuamente ci manda. Il campo, i buoi, la moglie, fanno parte di una quotidianità che ci circonda; mentre è del tutto anomalo l’invito del Padrone (un riferimento al testo di Genesi). Non capita spesso che un “Padrone”, e la parabola sembra giocare proprio su questo punto, ti possa invitare ad una festa. Un invito che, come si capisce scorrendo il racconto, non sembra rivolto a tutti. Per cui gli invitati dovrebbero ritenersi dei privilegiati. Evidentemente questo non è sufficiente per loro: non sono interessati. Sono del tutto indifferenti. Dovremmo probabilmente riflettere anche noi sulla nostra eventuale indifferenza di fronte agli inviti, o alle aspirazioni, che continuamente Dio ci rivolge. Che cosa dunque, ci impedisce di rispondere? Ricordando che l’invito sarà rivolto a categorie che probabilmente, nella nostra mentalità comune, disprezziamo, quali potevano essere al tempo di Gesù i poveri, i ciechi, gli storpi o gli zoppi. La docilità alla grazia di Dio non è qualcosa da trascurare. C’è di più. Un’ulteriore riflessione è suggerita dai servi del padrone; se gli invitati non sono degni, l’invito deve essere rivolto ad altri. Coloro che devono annunciare la Buona Notizia di Gesù devono necessariamente aprire i propri orizzonti e i propri confini. L’invito del Padrone di andare ai crocicchi e agli angoli reconditi delle strade, per cercare probabilmente un categoria che esce dagli schemi normali, a cui facevamo riferimento sopra. Un invito per vuole ascoltare la parabola, a svegliarsi da un torpore quotidiano che impedisce di cogliere tutta la novità della grazia misericordiosa di Dio. Il brano è infatti un esplicito riferimento all’Eucaristia, una “cena” che anticipa il banchetto definitivo nel Regno dei Cieli. Una cena che è prima di tutto un segno di comunione e di familiarità con Dio. Si, penso avesse proprio ragione San Francesco quando gridava piangendo per le vie di Assisi: “l’amore non è amato”.

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