“Ma a voi che ascoltate, io dico…” Lc6,27

Ascoltare. Oggi, inutile dirlo, si ascolta poco, pochissimo. Siamo nell’era della comunicazione, eppure non riusciamo a comunicare. Le informazioni sono così veloci che, quando ne stai leggendo una, è già troppo tardi. Il problema però è che spesso non si riflette a sufficienza sulle notizie che ci “bombardano”. Infatti i giudizi che emettiamo, le opinioni che ne traiamo, sono condizionati dai pregiudizi, dai “dogmi” culturali (che non hanno nulla a che vedere con quelli della fede!), ma soprattutto sono inquinati da un emotività istintiva, che spesso ci fanno perdere il senso della realtà. Ecco perché il Signore continua il discorso della pianura (della montagna per Matteo) con queste parole: “ma a voi che ascoltate, io dico… (v.27). L’ascolto nella tradizione biblica è finalizzato all’osservanza della parola di Dio, cioè nel metterla in pratica concretamente nella propria vita. L’apostolo Giacomo avverte il pericolo di essere “soltanto ascoltatori, illudendo” (Gc 1,22) noi stessi. “L’ascolto che non si traduce in azione è per Giacomo pura illusione[1]. Il rischio, sempre presente, è quello di fare della pura erudizione, una conoscenza solo a livello teorico; c’è anche chi ascoltando la parola di Dio si compiace di essa e di ascoltare tanta sapienza, ma al fine pratico non fa niente (una fede di stampo intellettualistico). Addirittura ci sono anche di quelli che quando ascoltano la parola di Dio, la dirigono e sempre sugli altri; non si sa bene perché, ma negli altri, la parola di Dio, calza sempre a pennello. Costoro, quelli che la fanno scivolare sul prossimo, se ne compiacciono orgogliosamente, convinti di essere nella ragione e nella verità; Dio è per loro un giudice severo a cui affidare le ingiustizie secondo la propria limitata ed egoistica visione.  In questo modo non si è certamente  ascoltatori, e soprattutto non si è entrati in comunione intima con la Sapienza inacrnata. La parola di Dio è innanzitutto rivolta a “me”, indirizzata al mio cuore. L’apostolo Giacomo riporta la metafora dell’uomo che osserva il proprio volto allo specchio (Gc 1,23). Un’immagine riflessa non è reale, è appunto solo un’immagine; come ci si allontana dallo specchio scompare. Chi si ferma solamente ad ascoltare senza farsi interrogare, mettere in discussione, e poi metterla in pratica su se stesso, sulla propria vita, è solitamente chi ascolta la parola di Dio con un animo superficiale; ascolta per un istante, magari si commuove pure, ci pensa un attimo, ma poi tutto ritorna esattamente come prima. La parola di Dio è uno specchio in cui l’uomo può riflettersi per scoprire la propria identità, quello che è veramente, prendendo con coraggio coscienza e consapevolezza di se stesso. “Credevo di leggere un racconto su Gesù, una storia ormai passata. Ho scoperto invece che mi trovavo di fronte alla mia vita: le pagine del Vangelo raccontavano la mia storia, dandole finalmente, un significato. Più entravo nella storia di Gesù, più facevo luce sulla mia vita. La mia storia, a sua volta, mi permetteva di penetrare sempre di più nel mistero di Gesù[2]. Solo dopo questo incontro diventa possibile mettere in pratica quanto Gesù ci sta dicendo.


[1] B.Maggioni, La lettera di Giacomo, Cittadella Editrice, Assisi, 1991, pag. 53.

[2] S.Violi, L’Amore più grande, Ed Insieme, 2001, pag. 8.

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