Il sapore del pane

Solennità del Corpus Domini, domenica 10 giugno 2012

Safet Zec, paneFate questo in memoria di me”. Papa Benedetto XVI nel “motu proprio” Porta Fidei invita i fedeli a ritrovare il gusto di nutrirsi della Parola di Dio e del Pane della Vita. Invita inoltre, citando un versetto del Vangelo di Giovanni, a darsi “da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna” (Gv6,51). Ritrovare il gusto! La domanda che ci potremmo porre è dunque: che sapore ha il pane? Per gustarlo veramente, è sufficiente assaporarne la fragranza? Cosa vuol dire veramente “fate questo in memoria di me”? Per comprendere il profondo significato di un gesto, come lo è lo spezzare il pane e il consumarlo, è necessario entrarvi dentro e riconoscerlo. Cos’è il pane? Farina, acqua: ma prima ancora frumento, pioggia, seme, terra. Tutto questo però ancora non basta: quel pane si deve anche caricare di significati, di vita, di fatica, di gioia come di sofferenza. Arare, seminare, irrigare, attendere, falciare, setacciare e così via. Per poi, quando si mangia, comprenderne il sapore più profondo che si nasconde dietro i gesti quotidiani più semplici, ma che hanno fatto si, che il pane sia davvero pane. E’ un pane che si intreccia con la storia della persona. Un pane che si carica di storia, di gesti, di eventi, di fatica, di speranze e di illusioni, ma perfino di sogni e in fine di comunione. Si, di comunione, perché in tutto questo processo, chi, almeno una volta nella vita, ha fatto il pane, non ha fatto tutto da solo; lo ha almeno condiviso anche solo per la gioia di condividerne la soddisfazione, il gusto. Questo pane per chi è entrato nella storia, ha un altro sapore. Non lo mangia con indifferenza, come fosse un pezzo di pane qualsiasi. Lo mangia con una consapevolezza ben precisa. Sa dare a questo pane un valore, che non è quello quantificabile economicamente. E’ un valore che è fatto di frammenti di vita quotidiana: un prezzo inestimabile. Perché non è la stessa cosa mangiare un pezzo di pane fatto in casa con le proprie mani, e mangiare quello comprato al supermarket avvolto nella pellicola di cellofan. Così è del Pane Eucaristico; è un pane che per essere riconosciuto, non solo ha bisogno dell’illuminazione dello Spirito Santo, che penetra lo spirito umano e lo illumina, permettendogli così di riconoscere nel modo giusto ciò che vede e mangia,  poiché non si tratta solo di una conoscenza, ma anche di comunione nell’amore. Perché la vera conoscenza è quella che proviene dall’amore di comunione. Dunque il riconoscere la presenza misteriosa di Gesù nel pane e nel vino, non sarà tanto uno sforzo della mente dell’uomo e della sua volontà, come se tutto dipendesse da lui, ma il frutto di una comunicazione amorevole e di profonda comunione tra Dio per mezzo dello Spirito Santo ricevuto nel battesimo, e l’uomo stesso, che per proprio grazie a quest’ultimo è in grado di aprirsi al mistero. In questo caso, la conoscenza non è esteriore, ma interiore. Semmai la collaborazione dell’uomo, sta proprio nel rispondere a questa comunione nella modalità con cui Cristo stesso ha fatto: “lì amo fino alla fine” (Gv13,1). “In essa il Deus Trinitas, che in se stesso è amore (cfr 1 Gv 4,7-8), si coinvolge pienamente con la nostra condizione umana. Nel pane e nel vino, sotto le cui apparenze Cristo si dona a noi nella cena pasquale (cfr Lc 22,14-20; 1 Cor 11,23- 26), è l’intera vita divina che ci raggiunge e si partecipa a noi nella forma del Sacramento” (pp. Benedetto XVI, Esort. apost. post. Sacramentum caritatis, 2007, n. 8). Il compromettersi di Dio è sconvolgente. Gesù si coinvolge completamente nel pane e nel vino. La carne e il sangue del Verbo incarnato sono vita. Carne e sangue nella Scrittura fanno riferimento a tutta la realtà della persona. Nella sua relazione con l’uomo Cristo si mette completamente a disposizione. Una tale disposizione, il suo consegnarsi, pretende dunque anche una risposta totale e completa da parte dell’uomo stesso. E’ necessario consegnarsi completamente a questa relazione. Solo chi risponde in questo modo entra in intimità con il Verbo della vita. E quel “Fate questo in memoria di me” diventa il comandamento vitale dell’Eucaristia. Perché non si tratta solo di celebrare un rito, ma di entrarvi completamente con la propria vita. Il gesto dello spezzare il pane ha bisogno che anche noi impariamo a spezzare la nostra vita nella modalità con cui l’ha fatto Gesù. In questo modo si crea un legame profondo tra il rito della messa e la vita stessa, proprio attraverso la celebrazione assidua del mistero Eucaristico e i gesti della vita quotidiana. Così come il contadino e la massaia ci entrano con il loro piccoli, e a volte insignificanti gesti, ma così vitali perché il pane sia pane. “La conversione sostanziale del pane e del vino nel suo corpo e nel suo sangue pone dentro la creazione il principio di un cambiamento radicale, come una sorta di « fissione nucleare », per usare un’immagine a noi oggi ben nota, portata nel più intimo dell’essere, un cambiamento destinato a suscitare un processo di trasformazione della realtà, il cui termine ultimo sarà la trasfigurazione del mondo intero, fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti” (pp. Benedetto XVI, Esort. apost. post. Sacramentum caritatis, 2007, n. 9, 11).

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