“Il Regno di Dio è come…”

XI Domenica del T.O. Anno B, 17 Giugno 2012

Attraverso due parabole Gesù racconta dei fatti che non sono immediatamente riscontrabili nella realtà; agganciandosi però a delle dinamiche che sono sotto gli occhi di tutti, la semina, l’attesa della crescita, ecc, descrive l’accadere del Regno di Dio. Le parabole raccontano quanto accade abitualmente. Il Regno di Dio è descritto prendendo a prestito dei fatti della realtà, facilmente riscontrabili, in quanto avvengono normalmente. La parabola, in fondo, ha proprio questo di meraviglioso; essa si aggancia alla realtà, fatto riscontrabile, per raccontare ciò che accade e che non è immediatamente visibile. E in questo modo, se l’ascoltatore si lascia coinvolgere, lo attira e lo fa entrare nel suo mondo. Di cosa parla Gesù? Del Regno di Dio. Il Regno è come un uomo che getta il seme sul terreno (Mc4,26). Intanto il Regno non s’identifica con una delle tre realtà descritte (l’uomo, il seme, il terreno). Ma così è il Regno: è tutte e tre le realtà. L’accento viene posto immediatamente nel tempo che intercorre tra la semina e la mietitura. Questo spostamento permette a Gesù di sottolineare la forza intrinseca del seme. Una forza che non dipende, nel contesto della parabola, dal terreno (La qualità del terreno è stata messa in risalto dalla precedente parabola del seminatore in Mc4,1-9). Una volta che il seme è stato accolto nel terreno, il seme inizia un processo che non può essere fermato. Non importa quanto tempo dovrà passare. Tutto questo è però un processo che sfugge all’osservazione immediata. L’evolversi dello sviluppo e della crescita è descritto con sei verbi più uno, l’ultimo che è la mietitura. Un numero che nella Bibbia non è casuale, ma indica pienezza. Dunque il processi termina con la mietitura, che arriverà inevitabilmente al termine del processo innescato, cioè a frutto maturo. La fine non si può evitare. L’attenzione però è posta in particolare sul tempo che intercorre tra la semina e la mietitura. Infatti, dopo la semina non resta altro che l’attesa fiduciosa del contadino. Durante l’attesa, ciò che conta, è il saper guadare alla mietitura finale, alla fine, senza farsi deviare dalle apparenze. In questo il quotidiano c’è d’aiuto; come quando avviene d’inverno sotto la neve. Se ci fermiamo all’apparenza, cioè alla neve, il grano non si vede. Il contadino di esperienza, però, sa che sotto la neve, lo stelo del grano non cresce, perché sta rafforzando le radici, mandandole in profondità. E quando sarà il tempo della primavera, il grano crescerà più robusto e con maggiore vigore, e produrrà un raccolto maggiore. La seconda parabola del granello di senape pone invece l’accento su di un inizio sfavorevole, fragile, insignificante in quel più piccolo di tutti i semi. Il seme di senape nella mentalità di allora era il più piccolo seme conosciuto. Questo inizio insignificante è reso bene evidente dalla contrapposizione tra il più piccolo dei semi che si trovano sul terreno; ma che una volta che è stato innescato il processo, diventa il più grande di tutti gli alberi; un albero enorme alla cui ombra è possibile trovar riposo (l’immagine del nido è eloquente). In conclusione: per poter comprendere il senso di queste due parabole è necessario leggerle insieme, così come Marco ce le ha tramandate. Il Regno di Dio, dunque, non viene in modo da attirare l’attenzione. Il suo inizio sembra tutt’altro che promettente, favorevole; ma le apparenze ingannano. Perché esso ha, come il seme, una sua forza che non dipende dall’uomo, ma da Dio. E una volta innescata non si può più arrestare. Dio punta sempre sui perdenti …

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