Fuggire … (Lc 13,31-35)

Giovedì 31 ottobre ’13 – XXX sett. T.O.

Un detto popolare dice “La fuga è la miglior difesa!“. Nella vita però non è sempre possibile fuggire; non solo perché delle volte non esistono alternative, ma ci sono delle situazioni in cui, chi decide di rimanere, lo fa per delle ragioni solamente a lui comprensibili. È il caso raccontato dal Vangelo di oggi. Un Vangelo che s’inserisce, proprio per questo, nella vita quotidiana di tutti i giorni. Sarebbe la via più facile prendere letteralmente il largo; chi di fronte ad un pericolo o a una minaccia di morte, non scapperebbe il più lontano possibile? Eppure ci sono situazioni in cui decidiamo di rimanere. Colpisce nelle righe di questo Vangelo, non solo la determinazione, ma anche la consapevolezza del perché Gesù voglia restare: “Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (Lc 13,33). Rimanere significa andare incontro a conseguenze drammatiche come la morte; evidentemente questo rimanere è dettato da motivazioni che di primo acchito sfuggono agli ascoltatori di Gesù. Questo succede anche a noi, quando decidiamo di rimanere in determinate situazioni. Uso appositamente il verbo “rimanere”, perché è il verbo evangelico di chi decide di restare per l’unica ragione che il Vangelo conosce: per amore. Gesù più di una volta ha invitato i suoi discepoli a rimanere nel suo amore: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Gv15,9). Oppure la meravigliosa parabola del tralcio e della vite: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto” (Gv15, 5-7). Questo rimanere di Gesù, e dunque del discepolo, trova la sua concretezza sulla croce, quando il Figlio di Dio, pur avendone la possibilità, decide, appunto, di rimanere. Non scappa. Così anche noi quando decidiamo di non cambiare strada negli avvenimenti della vita, seguiamo il Signore ben più da vicino di quanto pensiamo. Il nostro rimanere è una modalità concreta di amare il Signore. San Francesco d’Assisi così ha interpretato il suo rimanere nell’Ordine anche quando i suoi frati hanno cominciato a metterlo da parte; il racconto della Perfetta Letizia è il capolavoro di un’esistenza votata all’amore del prossimo. Tutto questo però presume che sia chiara la volontà di Dio nella nostra vita.

Della vera e perfetta letizia: Lo stesso [fra Leonardo] riferì che un giorno il beato Francesco, presso Santa Maria [degli Angeli], chiamò frate Leone e gli disse: “Frate Leone, scrivi”. Questi rispose: “Eccomi, sono pronto”. “Scrivi – disse – quale è la vera letizia”. “Viene un messo e dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell’Ordine, scrivi: non è vera letizia. Così pure che sono entrati nell’Ordine tutti i prelati d’Oltr’Alpe, arcivescovi e vescovi, non solo, ma perfino il Re di Francia e il Re d’lnghilterra; scrivi: non è vera letizia. E se ti giunge ancora notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da sanar gli infermi e da fare molti miracoli; ebbene io ti dico: in tutte queste cose non è la vera letizia”. “Ma quale è la vera letizia?”. “Ecco, io torno da Perugia e, a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, alI’estremità della tonaca, si formano dei ghiacciuoli d’acqua congelata, che mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: “Chi è?”. Io rispondo: “Frate Francesco”. E quegli dice: “Vattene, non è ora decente questa, di andare in giro, non entrerai”. E poiché io insisto ancora, I’altro risponde: “Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”. E io sempre resto davanti alla porta e dico: “Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte”. E quegli risponde: “Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là”. Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima” (FF278).

Leave a Reply

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>