Due uomini salirono al tempio a pregare

27 ottobre ’13 – XXX Domenica del T.O. – anno C

La parabola del fariseo e del pubblicano (Luca 18, 9-14).

Gesù racconta una parabola che, se da un lato ci sorprende, dall’altro ci sgomenta. La parabola inizia con una frase solenne: “Due uomini salirono al tempio”. Le parole di Gesù vanno prese con il contagocce. “Salire” al tempio è un modo di muoversi, di andare verso Dio. Non è solamente un entrare nel tempio o in chiesa, un entrare in un luogo sacro. Non è nemmeno un distaccarsi dal quotidiano, una specie di fuga dalla realtà. Pensiamo ai Salmi cosidetti “ascensionali o dell’ascensione” (dal salmo 120 al 134). Sono salmi di pellegrinaggio e quindi detti ascensionali, perché a Gerusalemme si sale sempre, sia dal punto di vista geografico, sia dal punto di vista spirituale: si sale verso gli 800 metri sul livello del mare, ma si sale anche spiritualmente verso il tempio, verso il luogo dell’incontro con Dio. Essi permettono di prendere consapevolezza di un cammino di ricerca di Dio, mostrandoci anche quali siano le sue condizioni, i passi da compiere, gli atteggiamenti interiori da vivere, il bagaglio da prendere con sé. Si sale verso un luogo, Gerusalemme, non costruita da mani d’uomo, ma da Dio che il suo fondamento. Pensiamo all’immagine dell’Apocalisse che mostra la Gerusalemme nuova che scende dal cielo. Non ci muoviamo su un terreno solamente umano; e dunque si deve salire in un certo modo. L’incontro con Dio è frutto di un cammino, esattamente come la preghiera è frutto di qualcosa che la precede: si prega come si vive e si vive come si prega. C’è un profondo nesso tra la vita e la preghiera.  La parabola non mostra solo due modi differenti di pregare, ma anche le conseguenza che tali modi comportano. Le stesse parole con cui è introdotta la parabola sono un orientamento: una parabola per coloro che si ritengono giusti e disprezzano gli altri (v.9). Il fariseo e il pubblicano sono due tipologie di credenti. Il primo, cioè il fariseo è impeccabile, ha l’apparenza del santo, dell’asceta. Anzi fa anche di più: digiuna due volte alla settimana anziché una volta. Il pubblicano invece è un peccatore dichiarato, pubblico: tutti sanno che è un disgraziato. I pubblicani riscuotevano le tasse per conto dell’invasore romano e spesso riscuotevano più del dovuto. Inoltre maneggiando moneta pagana erano considerati degli impuri. Il pubblicano è sotto gli occhi di tutti, è facile additarlo come peccatore; il fariseo invece è apparentemente impeccabile. Agli occhi di tutti è un santo. Quello però che li distingue davanti a Dio non è la diversa statura morale. Qui Dio ci sorprende. Le nostre azioni, i nostri gesti, tutto quello che noi possiamo compiere dinnanzi a Dio, se non è accompagnato da un’autentica interiorità, non vale niente davanti a Dio. Non sono i gesti esteriori che contano. Se non stiamo attenti, questi gesti, anche se ottengono l’approvazione esteriore degli altri, sono delle vere e proprie illusioni. Ciò che Dio guarda è il cuore dell’uomo. I due personaggi della parabola sono entrambi peccatori. Perché il primo fa tutto per il proprio io, e lo fa per sentirsi in qualche modo più bravo degli altri. La sua preghiera rileva, infatti, il suo cuore; un cuore, dove regna il disprezzo e il giudizio per il prossimo. Inoltre limita la sua fede solo ai soli gesti esteriori, non considerando minimamente quanto risiede nel proprio cuore. E’ un rischio che corriamo anche noi se riduciamo la fede a dei gesti esteriori. Se c’è dicotomia, cioè separazione, tra la fede e la vita, tutti gesti che possiamo compiere, anche i più ascetici, ci imprigionano in una fede che anziché salvare, finisce per condannarci. Le nostre azioni possono essere un parametro per disprezzare gli altri e sentirci migliori. Per di più si presenta davanti a Dio con un’ipotetica pagellina piena di bei voti che si è dato da solo. Non avverte il bisogno di essere salvato. La preghiera è un esodo dal nostro “io” al “Tu” di Dio. Ciò che distingue di fronte a Dio i due personaggi della parabola, entrambi peccatori, è la loro consapevolezza di essere peccatori. Il fariseo non lo sa; il pubblicano ne è pienamente consapevole anche da come si evince dal suo atteggiamento esteriore: “Fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo …” (v.13). Il Signore guarda il nostro cuore, e non giudica secondo le apparenze. Questo ovviamente non vuol dire che siamo autorizzati a peccare, perché tanto lui ci giustifica. La parabola descrive il pubblicano in un atteggiamento autentico di pentimento, senza giudicarlo per le sue azioni, delle quali non sappiamo il perché. Per noi la lezione sulla preghiera comporta l’interrogarci su quale sia effettivamente il nostro atteggiamento interiore quando abbiamo la presunzione di pregare e dunque di metterci di fronte a Dio.

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