“Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli due a due…” Mc6,7

XVI Domenica T.O., 15 luglio 2012

Dopo aver predicato e annunciato il Regno di Dio, ora Gesù, affida tale compito ai suoi discepoli. La loro identità è ben chiara: ne chiamò a se dodici, perché stessero sempre con lui (cfr. Mc3,13-19). Gesù li ha portati con sé nel suo itinerario; essi hanno ascoltato la sua parola, hanno visto i suoi gesti. Hanno condiviso con Lui la fatica, il cibo e perfino il rifiuto da parte dei farisei e degli scribi. Non sono stati dunque solamente spettatori. Gesù ora li coinvolge in prima persona nella sua missione di annunciare il Regno. Li chiama a sé di nuovo, e li invia. Devono annunciare il Regno di Dio. Annunciare il Vangelo! Oggi non è un compito facile. In un mondo che ha perso il contatto con il sacro, si corre il rischio, non tanto di essere fraintesi, ma piuttosto di non essere capiti. Ecco perché il discepolo non deve essere solamente credibile, ma deve lui per primo avere fatto esperienza del Vangelo che annuncia. Il discepolo, prima ancora di essere inviato, deve avere fatto esperienza della buona notizia che annuncia. E’ necessario che abbia fatto esperienza della relazione viva e vivificante che lo lega a Dio stesso. Abbia cioè vissuto con Gesù, averne subito il fascino, sperimentato non solo l’amore, ma anche la sua sollecitudine e la sua provvidenza. Insomma, si deve essere formato alla scuola del Maestro per eccellenza. E tale scuola prevede anche i momenti difficili, di tensione e smarrimento che ogni uomo sperimenta nella propria vita. Se volete, c’è un tempo di noviziato della durata non determinata, che non solo provoca il discepolo, ma lo prova fino alle midolla (cfr. Eb4,12-13). Non si può pensare di annunciare il Regno, se per primi non si è attraversato i deserti dell’anima e della vita. Altrimenti le parole che si annunciano rimangono parole vuote, insignificanti. E’ necessario aver fatto esperienza di quella Parola di Vita, non solo per annunciarla, ma perfino per riconoscerla. Oggi ci sono molti che si improvvisano profeti; ma come ci ricorda la prima lettura del profeta Amos (7,12-15), lo fanno per attirare l’attenzione, per essere delle specie di prime donne, … per salire su di un palco e sentirsi importanti. La loro parola non salva, non porta vita. Illude solamente, tanto che dopo un po’ rimane solo l’amaro. Questo perché la loro parola non viene da Dio; solo Dio può incaricare, chiamare, un uomo ad annunciare quella Parola che è portatrice di vita. E il cammino di preparazione è tutt’altro che breve e semplice. Ahimè delle volte anche i cristiani s’improvvisano annunciatori senza aver sperimentato sulla propria pelle la vita della parola che annunciano; ne è sintomatico il cadere spesso in un moralismo rigido che finisce non solo per paralizzare la vita degli uomini, ma addirittura di allontanarli da Dio stesso. Questo perché la fede è ridotta ad un esercizio intellettuale, o moralistico. Non a caso il papa Benedetto nel moto proprio Porta fidei invita tutti a ritrovare il gusto della Parola di Dio e del Pane di Vita (cfr. Porta fidei, n.3). Solo in questo modo, dopo aver sperimentato in prima persona la vita che la Parola ci dona, saremo in grado di annunciarla. Perché avremo incominciato a vivere da risorti! La vita spirituale è essenzialmente un rapporto con Dio; vivere vuol dunque stabilire un rapporto vivificante con Lui, approfondendolo ogni giorno, fino a farlo diventare più intimo e più vivo. E’ accogliendo la sua Parola che diveniamo noi stessi parola, e dunque annunciatori. E’ dunque necessario entrare in questa relazione, di fatto, di ascolto della sua Parola, con una costante disposizione interiore umile, di docilità, e di apertura. Buona domenica.

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