“Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato” (Gv 5,26)

Mercoledì 13 marzo’13

Ascoltare. Quando confesso, la prima cosa che dico, dopo essermi messo alla presenza di Dio attraverso il segno della croce, è “ti ascolto”; non di rado mi sento rispondere: “che bello, qualcuno disposto ad ascoltare, a starmi a sentire …”. Incredibile! viviamo nell’era della comunicazione, miliardi di informazioni contenute in pochi millimetri di silicio, eppure, sembriamo così estranei gli uni agli altri. Ci passiamo accanto senza mai sfiorarci, anche quando ci tocchiamo. Inutile dire che il nostro modo di parlare si è ridotto a degli acronimi, per cui stiamo perdendo anche il gusto di parlare, il calore delle parole. Eh si!, perché non è la stessa cosa dire o scrivere TVB e “ti voglio bene” o “ti amo”. Ti amo riempie il cuore di chi ascolta; ma in chi lo pronuncia richiede uno sforzo che nasce dal dover fare i conti con il proprio cuore. Per udire queste magiche parole, sono costretto a fermarmi, a fare silenzio; poiché è solo nel silenzio che quelle stupende parole mi possono raggiungere. Anche quando scrivo TVB, affinché il messaggio arrivi, è necessario che tra me e te, si sia aperto un canale, che non è quello delle frequenze telefoniche o della rete web, piuttosto il canale del cuore, della comunione. Ti voglio sentire, aspettare, attendere. Nel silenzio della mia esistenza, che senza di te sarebbe vuota, mi metto in ascolto perché attendo una parola che illumini il mio cuore e la mia esistenza. Una parola che dia colore e tonalità alle sfumature di grigio, di un’esistenza che altrimenti sarebbe piatta o, per restare in tema, monocromatica. Una parola che deve giungere da lontano, da molto lontano, perché giunge dalle profondità del tuo cuore. E’ l’attesa di una parola che riconosco tua proprio perché ho fatto esperienza di te, della tua voce, della tua presenza: perché io ti conosco. E dunque quando la tua parola mi raggiunge, non è immaginazione, ma è realtà, poiché sei tu che l’hai pronunciata. Senza il silenzio, il buio o il deserto, quella parola non arriverebbe mai, ed io attenderei invano. Se la parola che attendo è quella che proviene dal cuore di Dio, Colui che possiede la vita (Gv 5,26), e la posso riconoscere se ho fatto esperienza del Figlio, quando giungerà, non potrà che essere vita. Senza però il silenzio, il buio e l’attesa, la parola di Dio rischia di perdersi. Devo volere fermarmi, impormi il silenzio e accettare la solitudine del mio cuore: e il canale della comunicazione si apre. Solo così scoprirò la forza vitale della parola che attendo: In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno (Gv 5,25).  Una vitalità che non dipende da me, ma da te, che l’hai pronunciata … volevo scrivere da Dio che l’ha pronunciata … ma lo avevate intuito.

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