Ascoltate (Mc 4,1-20)

Mercoledì 29 gennaio ’14 – III sett. T.O.

V. Van Gogh, campo di grano con corviL’evangelista Marco ancora una volta nota il luogo geografico dell’attività di Gesù. Gesù sembra prediligere le rive del mare. Luoghi lontani dalle città, ma così pieni di quotidiano. Dio abita nel quotidiano, dove la gente abita e svolge le proprie attività. Il mare con le sue insenature, i suoi anfratti offre un anfiteatro naturale; la barca nel mare diviene così il palco, la cattedra naturale per parlare ed insegnare a tutta la folla accorsa per udire una parola del Maestro. La prima parola che egli annunzia è: “Ascoltate“. Se vuoi accogliere la sua parola, devi essere disposto ad ascoltare. Non si tratta di udire solamente la voce di qualcuno che parla o stare a quella giusta distanza che permetta alla voce di chi parla di raggiungermi. Ascoltare è qualcosa di più grande, di più coinvolgente. È permettere a quella parola di raggiungerti nel profondo del tuo cuore, della tua esistenza. Permettere a quella parola di toccare, e non solo sfiorare, la tua vita a tal punto che la tua stessa vita ne sia trasformata, e dunque compromessa. Compromessa fino a non poter più tornare indietro. Perché questo avvenga però, la parola di chi parla deve avere una certa qualità, così da attirare la mia attenzione, e dunque, mi comprometta, trasformandomi in un credente. Quella parola deve avere dunque anche un valore umano, altrimenti non sarei capace di accoglierla nella mia vita. Ecco perché la Parola di Gesù è una parola radicalmente umana. Una parola che ognuno di noi può ascoltare, accogliere e custodire. Poiché questa parola non ha solo una qualità umana, ma è anche parola di Dio, questa parola è capace di trasformare l’uomo, una volta che ha attecchito nel suo cuore. È Gesù stesso che rivela la qualità divina di questa sua parola che annuncia: “le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita” (Gv 6,63). Queste qualità della parola di Dio permettono all’uomo di farsi coinvolgere nella storia della salvezza che Dio vuole vivere com ogni creatura. Nell’ascoltare che diveniamo noi stessi parola, secondo il ciclo stesso naturale del seme: una volta che il seme è stato gettato, accolto, e germoglia fino a divenire albero, frutto e infine nuovamente seme, la trasformazione dell’uomo è iniziata. Egli diviene così, esso stesso portatore di una parola che non è sua, ma che è profondamente radicata in lui, e che fa parte di lui. Una parola, che però, non devi dimenticare da dove viene, per non rovinarla, o alterarla, in modo che venga meno la qualità divina. Possiamo rileggere ora la parabola con questa consapevolezza: Ecco il seminatore uscì a seminare… Buona giornata, fra Marco.

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