“A te che importa? Tu seguimi” Gv21,22

L’ultimo episodio del Vangelo di Giovanni (c.21) è abbastanza complesso. Lo scambio finale di battute tra Gesù e Pietro può lasciare perplessi per la risposta del primo: “Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi“. Gesù ribadisce a Pietro la sequela che si esplica in un cammino ben preciso: la via della croce. Ma non è così per tutti. La sequela non per forza si realizza solo nella via del martirio. Quel discepolo che Gesù amava è caratterizzato dall’amore. L’amore del Cristo lo qualifica. Non siamo chiamati a percorrere tutti le stesse strade. Quello che importa è camminare dietro al Signore ovunque Egli voglia passare. Ognuno dovrebbe preoccuparsi di mantenersi nella via che Dio ha scelto, senza curarsi di dove passano gli altri. E’ una grande libertà, che si può raggiungere solo attraverso l’umiltà. Il cristiano dovrebbe raggiungere, con l’aiuto della grazia, un livello di maturità capace di assumersi e prendere le proprie responsabilità per le specifiche decisioni di fede che determinano l’indirizzo specifico della sua vita. E’ necessario educarsi sempre più alla “vita buona del Vangelo”, come ci ricordano gli orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il decennio 2010-2020: Chi educa è sollecito verso una persona concreta, se ne fa carico con amore e premura costante, perché sboccino, nella libertà, tutte le sue potenzialità. Educare comporta la preoccupazione che siano formate in ciascuno l‟intelligenza, la volontà e la capacità di amare, perché ogni individuo abbia il coraggio di decisioni definitive (Cei, Educare alla vita buona del Vangelo, 2010, n.5). C’è bisogno di persone mature, adulte, capaci di assumersi le proprie responsabilità di fronte a Dio e agli uomini.

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