Essi lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori della città (Atti 14,19-28)

Martedì 20 maggio ’14 – V sett. T.P.

Imparare a perdere. Paolo, sicuro di se, predica. Questa volta le minaccia diventano realtà. É lapidato e rischia la morte. Forse per salvarsi finge addirittura di essere morto. Nonostante tutto riprende la sua missione. Incontrerà ancora altre difficoltà e persecuzioni in cui rischierà a morte. Non perde la sua caparbietà e la sua speranza. Si rialza, ricomincia. Sa perdere senza scoraggiarsi.

Sapersi rialzare non è poco. Dopo un fallimento, dopo aver speso tante energie, rialzarsi non è da tutti. L’annuncio del Vangelo non è sempre coronato da successo. Chiunque si appresti ad annunciare la Buona Novella di Gesù, deve mettere in conto il fallimento. Spesso, quando partiamo lanciati nella predicazione, ci aspettiamo di essere capiti. Attendiamo folle, masse, gente che si converte. Non è così! L’annuncio del Vangelo è un lavoro lento, capillare. Se alle difficoltà rispondiamo con la delusione e la sfiducia, abbiamo ancora molto da imparare. La sfiducia e la delusione, infatti, nascondono in realtà una fede debole e fragile, troppo ancora incentrata sulle proprie capacità. Ci sono troppe attese personali, di successo e fama. Ancora in “io” troppo auto-centrato.

San Paolo non si scoraggia; si rialza e riparte. Un uomo con mille risorse. La perseveranza si nutre della speranza. Più sarà grande e forte la speranza e più saremo capaci di affrontare ogni difficoltà.

Ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto. Lo è innanzitutto nel senso che cerchiamo così di portare avanti le nostre speranze, più piccole o più grandi: risolvere questo o quell’altro compito che per l’ulteriore cammino della nostra vita è importante; col nostro impegno dare un contributo affinché il mondo diventi un po’ più luminoso e umano e così si aprano anche le porte verso il futuro. Ma l’impegno quotidiano per la prosecuzione della nostra vita e per il futuro dell’insieme ci stanca o si muta in fanatismo, se non ci illumina la luce di quella grande speranza che non può essere distrutta neppure da insuccessi nel piccolo e dal fallimento in vicende di portata storica. Se non possiamo sperare più di quanto è effettivamente raggiungibile di volta in volta e di quanto di sperabile le autorità politiche ed economiche ci offrono, la nostra vita si riduce ben presto ad essere priva di speranza. È importante sapere: io posso sempre ancora sperare, anche se per la mia vita o per il momento storico che sto vivendo apparentemente non ho più niente da sperare. Solo la grande speranza-certezza che, nonostante tutti i fallimenti, la mia vita personale e la storia nel suo insieme sono custodite nel potere indistruttibile dell’Amore e, grazie ad esso, hanno per esso un senso e un’importanza, solo una tale speranza può in quel caso dare ancora il coraggio di operare e di proseguire” (Benedetto XVI, Spe salvi, Roma, 2007, n. 35)

Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rom 8,35-39).

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