Sento compassione per la folla (Mt 15,29-37)

Mercoledì 4 dicembre ’13 – I sett. Avvento

Nella tappa di oggi del percorso di Avvento appena iniziato, Gesù vuole insegnarci un atteggiamento fondamentale della sua essenza e della sua vita: la compassione. Ricostruiamo la scena: Gesù sale su un monte, lì, dice, si ferma. Ha qualcosa da dire e da fare. Arriva un mare di persone, un mare di dolore che si riversa su Gesù. Sono:

– Zoppi, persone che non riescono a seguire Gesù come vorrebbero perché impediti nel cammino.

– Storpi, persone ricurve su se stesse che non riescono a guardare il volto del Signore, ne il volto dei fratelli, sono in uno stato di chiusura, di ripiegamento, di senso di colpa, di egoismo.

– Ciechi, coloro che non vedono che ancora devono venire alla luce, cioè nascere.

– Sordi, coloro che non sentono la voce di Dio che non hanno ancora imparato ad ascoltarlo.

Oltre all’aspetto storico ovviamente ha anche un aspetto simbolico, quindi questi malati rappresentano coloro che attendono il battesimo che offre loro la possibilità di vedere e sentire il Signore, la possibilità di uscire da una vita ricurva e chiusa nel rimorso e nell’egoismo per aprirsi al dono e che quindi, in libertà, possono camminare dietro il Signore insieme agli altri fratelli. Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla … Gesù chiama a sé i suoi, è ripetuto il verbo della chiamata. Quando Gesù chiama a sé è sempre per dire – insegnare qualcosa di fondamentale. Li chiama per dire loro un suo sentimento, ovviamente per comunicarglielo, per insegnarglielo, per passarlo anche a loro e a tutti noi che leggiamo. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino» è curioso questo passaggio, è da 3 giorni che dimorano presso di me senza mangiare, tipico di chi non vive, di chi è morto. Sono i 3 giorni della morte e risurrezione che ogni discepolo deve compiere. Ascoltare Gesù è un morire alla vecchia vita e rinascere a una nuova. Non voglio rimandarli digiuni … qui c’è tutta la paternità di Gesù, che si preoccupa se i figli si sono nutriti. Gesù domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette, e pochi pesciolini» … Gesù ama servirsi della generosità dell’uomo più che creare dal nulla. “Prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e li dava ai discepoli, e i discepoli alla folla…“; atteggiamenti tipici di Gesù che prende, rende grazie, spezza e dona, come nell’ultima cena. Tipico del Signore fare tutto in unità con il Padre e in una continua e sentita gratitudine per tutto quello che gli dona. Sono atteggiamenti che Gesù ha anche con le persone che chiama: le prende, le sceglie, rende grazie per loro al Padre, le spezza come il pane per essere donato, permette la sofferenza nella loro vita al fine di renderli un dono per gli altri e li dona, li da come il pane agli affamati. Questo ultimo verbo vorrei sottolinearlo: li dava, indica un’azione che ancora si protrae è imperfetto, li dava e li dona ancora, non è ancora finita questa azione è lasciata aperta all’infinito. Gesù oggi ci insegna la compassione, ci guarisce dall’essere zoppi, ricurvi, ciechi e sordi e tutto questo lo fa attraverso il dono del pane preso, benedetto, spezzato donato agli uomini di tutti i tempi. La frequenza all’Eucaristia ci trasforma di giorno in giorno sempre più verso la conformazione a Lui al Suo amore per gli uomini alla sua infinita compassione. Frate Andrea.

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