Angoscia di popoli in ansia (Lc 21,20-28)

Giovedì 28 novembre ’13 – XXXIV sett. T.O.

Il Vangelo di oggi può spaventare; si presta facilmente a essere male interpretato soprattutto da chi non conosce i generi letterari biblici. Siamo al capitolo 21 di Luca, in quello che viene chiamato il discorso escatologico  di Gesù; il greco eschaton indica le realtà ultime, ciò che sta alla fine. Il termine ha un significato legato all’esperienza della definitività della salvezza in Gesù Cristo, all’interno della tensione tra presente-futuro. Dunque le parole di Gesù dobbiamo interpretarle alla luce dell’evento salvifico (cfr v. 28: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”). La Bibbia, e in particolare il Nuovo Testamento usa un genere specifico per descrivere ciò che accadrà: il genere apocalittico, dove il termine apocalittico non ha un significato catastrofico di distruzione o devastazione, come spesso erroneamente si crede. Apocalisse (nome con il quale tradizionalmente si indica l’ultimo libro della Bibbia), deriva dal verbo greco apokalypto, cioè l’azione di togliere letteralmente ciò che copre; scoprire, rivelare. Un messaggio che non è non certamente negativo, ma piuttosto esortativo, di consolazione e incoraggiamento. Un messaggio che non vuole descrivere il futuro, “ma semplicemente consolare i fedeli che si dibattono nella persecuzione e per invitarli alla perseveranza” (cfr B. Maggioni, Il racconto di Luca, Cittadella Editrice, 2000, pag. 351). Parole che ci vogliono invitare a non cadere nell’ansia e nell’angoscia (v. 25 e 26) come chi si sente perduto o che sta perdendo tutto; il discepolo pone totalmente la sua fiducia sulla parola rivelatrice del Signore, capace di operare nelle alterne vicende umane. Un invito ad alzare gli occhi e guardare al mistero Pasquale di Cristo. La condizione paradossale del cristiano è questa: i tempi escatologici sono già incominciati con la risurrezione di Cristo, l’orientamento della storia non appartiene al futuro, ma al passato. Cristo è il centro della storia, il centro del tempo, con la sua venuta, la sua predicazione, le sue opere e i suoi segni proclama che il regno di Dio è già venuto, sebbene affermi ugualmente che questo regno deve ancora venire. L’attesa rimane, ma il centro della storia si è spostato nel passato, cioè nell’evento pasquale di Gesù; ecco perché ancora c’è posto per la speranza. (cfr O.CULLMANN, Cristo e il tempo, Il Mulino, Bologna 1965). Fra Marco.

 

 

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