Emmaus

Mercoledì 3 aprile’13

I discepoli di Emmaus descrivono un cammino; anzi, direi che lo impongono. Cosa succede a questi due discepoli? Quando leggo il racconto, penso sempre ad una preghiera che ha scritto un bambino di otto anni, ad un campo estivo tanti anni fa; la scisse guardando un cielo stellato in piena notte. Otto anni son pochi; eppure capaci di dire cose che i grandi nemmeno se le sognano. “Signore senza di te siamo come un uomo seduto su di una sedia a dondolo: si muove; ma non va da nessuna parte”. Fenomenale, micidiale, la preghierina! Si muove ma non va da nessuna parte. Un po’ come questi discepoli di Emmaus: si muovono senza Dio e non sanno neanche, dove vanno; perché se noi analizziamo il testo, è interessante notare come mancano umidicci chilometri a Gerusalemme; nella scrittura i numeri sono importanti. Il numero perfetto è dodici, che indica pienezza. Undici è imperfetto; manca qualcosa! I discepoli tra l’altro si stanno allontanando da Gerusalemme; allontanarsi dalla città santa vuol dire allontanarsi da Dio. Gerusalemme è la città di Dio. Probabilmente quando Dio ci scandalizza, come Gesù ha scandalizzato questi due discepoli, e non solo loro, ci allontaniamo. Gli eventi della passione sono stati degli eventi drammatici, molti forti. I due discepoli, probabilmente sono delusi, lo dicono le loro stesse parole: “Noi speravamo che Gesù uomo potente, profeta …”, ma non dicono “Figlio di Dio”; se avete fatto caso al testo, non parlano di Gesù come Figlio di Dio. Evidentemente manca qualcosa nella loro esperienza di Gesù. Come probabilmente manca anche a noi. I due discepoli si allontano da Gerusalemme, verso una città, di cui è curioso notare, come anche oggi ci sia molta incertezza nell’individuarla, cioè il sito archeologico esatto. Ce ne sono almeno quattro probabili. Due come distanza spaziale, chilometrica tornerebbero; ma il problema è che ce ne sono quattro. Quattro siti archeologici può voler dire quattro città, quattro direzioni. Un uomo che va in quattro direzioni è come un uomo che non sa dove sta andando! Si muove, ma non va da nessuna parte, appunto. Non ha una meta precisa; è un vagabondo, uno smarrito. Noi siamo così, un po’ degli sbandati; come questi discepoli. Nella Scrittura scopriamo che l’uomo biblico è un uomo in cammino, in movimento, è un homo viator così com’è stato definito nel secolo scorso da un filosofo francese, Gabriel Marcel. Siamo alla ricerca di qualcosa, di Qualcuno che dia senso alla nostra vita. Questi discepoli vagano senza una meta, verso una città che forse non esiste, visto che non riusciamo a trovarla. Fa pensare all’isola che non c’è di Peter Pan. La sindrome di Peter Pan è una patologia, una incapacità a crescere. Ci sono delle persone che non crescono; sono degli eterni bambini. Delle volte anche se abbiamo una certa spiritualità, siamo molti devoti, molto attaccati alle nostre cose, ma la nostra fede non cresce e basta davvero poco per andare in crisi. Dimentichiamo però che la Parola s’incarna sempre nella realtà concreta. Questi due discepoli che vagano senza una direzione, cioè si sono perduti, non si accorgono che il Signore sta li, cammina a fianco a loro. Cammina con loro. Gesù si avvicina; da notare ancora una volta, il movimento di Dio: è sua l’iniziativa. Gesù in persona, dice il testo, si avvicinò e camminava con loro. Agostino affermava: temo il Signore che passa; quante volte, il Signore passa nella nostra vita, nella nostra giornata, e noi non le vediamo. Siamo distratti. Il versetto, “i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo” si potrebbe tradurre anche con “non avevano la forza di riconoscerlo”. Quante resistenze dentro di noi per vedere il Signore che passa accanto a noi; che ci sfiora e spesso ci accarezza. E sebbene in questo pellegrinaggio si fa l’esperienza del buio, della notte, l’uomo non è mai solo. Quando non si vede più nulla, non si sa dove si sta andando, all’improvviso si scopre una presenza. Il lento recupero di un’esperienza che non può rimanere relegata al passato o ai ricordi.

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