Sant’Ignazio da Laconi, cappuccino

Venerdì 11 maggio 1781. Alle 15, la campana del convento di Buoncammino, dopo l’annuncio dell’agonia del Signore segnala la morte di uno dei religiosi. Basta poco perché la notizia si sparga per i vicoli della città; a farla correre ancor più veloce è il nome di frate Ignazio, il religioso defunto, ormai sulle labbra di tutti. Scatta allora una gara singolare fra i cagliaritani, ognuno desideroso di precedere gli altri al convento, per rendere omaggio al frate, e una processione interminabile si snoda davanti alla salma, interrotta forzatamente alla sera e ripresa il giorno dopo con ancor più massiccia partecipazione. Impressionante. Non era facile riscontrare simile concorso di folla, che all’umile gente del popolo vedeva affiancati i potenti del secolo: anche il viceré di Sardegna, accompagnato dal vicario generale della diocesi, sostò davanti alla salma. Due giorni dopo, di domenica, la messa esequiale – un vero tripudio – suggellò definitivamente il rapporto d’affetto della città con il suo ‘santo’ (ché tale fu subito, almeno, nel giudizio della gente). Eppure la storia di fra Ignazio era stata di una ordinarietà sconcertante! Perfino i miracoli, tanto abbondantemente testimoniati negli atti dei processi canonici, apparivano quasi scontati, ordinari, come naturale compimento di un’esistenza più angelica che umana. Era nato a Laconi, al margine meridionale della regione montuosa sarda, un piccolo satellite nell’orbita cagliaritana, nel dicembre del 1701, da Mattia Cadello e Anna Maria Sanna, ed era scontato che avrebbe fatto il contadino come i suoi genitori. Sarebbe potuto avvenire diversamente in una regione isolata e poco aperta alle novità? Se si pensa che in sette anni, tra il 1713 e il 1720 – quando Ignazio visse l’adolescenza e la prima gioventù -, la Sardegna cambiò tre volte governo passando, dopo quattro secoli di dominio spagnolo, prima all’Austria, per poi tornare alla Spagna ed infine approdare alla casa Savoia, senza che i sardi si rendessero minimamente conto di tutto quel via vai governativo, si comprende come la vita sull’isola scorresse entro binari suoi propri, ben salda su leggi che non erano quelle codificate dal diritto vigente nelle monarchie europee. I suoi familiari inocularono in lui il virus evangelico, tanto che, ancora bambino, i compaesani lo soprannominarono lu santuxeddu, il santarello: non frequentò un solo giorno di scuola e non imparò mai a scrivere, ma tutti i giorni prendeva parte alla messa, che allora si celebrava prima dell’alba, e vi faceva da chierichetto. Non aveva ancora sette anni quando, come era costume del tempo, fu cresimato (il 17 maggio 1707) dall’arcivescovo di Oristano, mons. Francesco Masones y Nin. Il santarello si mantenne tale, stando alle testimonianze, anche nell’età, delicata e difficile, dell’adolescenza e della prima giovinezza, e tale era considerato quando, a diciott’anni, una malattia lo inchiodò a lungo sul letto e lo pose in fin di vita. Fu allora che fece a Dio la promessa che, se fosse sopravvissuto, si sarebbe fatto francescano. Vincenzo guarì, ma il voto non fu mantenuto. Non sapremo mai – con certezza – i motivi che portarono il giovane a dimenticare la promessa fatta; inutile, perciò, qualsiasi tentativo di spiegazione, che rimarrebbe unicamente fondato su ipotetiche congetture: è vero, infatti, che molto spesso “il passato resta oscuro e misterioso ciò che alberga nell’animo umano” (P. Golinelli). Ed è vero pure che Vincenzo sembrò dimenticare, per qualche tempo, non solo la promessa fatta, ma anche il precedente fervore religioso, intento piuttosto a scoprire le gioie della giovinezza. Ma se lui aveva dimenticato il voto fatto a Dio, Dio non si era certo dimenticato di lui. In un mattino dell’autunno 1721, mentre a cavallo si dirigeva verso l’altopiano del Sarcidano, per un attimo si sfiorò la tragedia: improvvisamente l’animale prese a correre all’impazzata e Vincenzo, che ne aveva ormai perso completamente il controllo, guardava con apprensione il precipizio che costeggiava il viottolo, certo, prima o poi, di finirvi dentro. Quando si era ormai convinto che la sua ora fosse suonata, il cavallo inaspettatamente si fermò, lasciando il giovane spossato e madido di sudore, sbiancato in volto per la paura. Solo allora – mentre tirava un sospiro di sollievo – Vincenzo si ricordò del voto fatto e non mantenuto. Fu in quel momento, perciò, che decise di compierlo. Nei primi giorni di novembre di quel 1721, Vincenzo, accompagnato dal padre, giunse a Cagliari, al convento di Buoncammino, e si presentò al Provinciale dei Cappuccini chiedendogli di essere accolto nell’Ordine. Accadde quel che forse non aveva previsto, poiché si vide opporre un deciso rifiuto: una salute come la sua, piuttosto malferma, non gli avrebbe consentito di superare le asprezze di una vita a cui un fratello laico doveva far fronte. Vincenzo e Mattia si recarono allora dal marchese di Laconi, Gabriele Aymerich, perché intercedesse a favore del ragazzo: fu grazie ai suoi buoni uffici se Laconi ebbe un contadino di meno e il popolo sardo un santo in più. Il 10 novembre Vincenzo indossava l’abito cappuccino, con il nome di Ignazio, ed iniziava l’anno di noviziato, superato non senza difficoltà: all’ultimo scrutinio passò per un solo voto (sei favorevoli e quattro contrari), ma tanto bastò ad ammetterlo alla professione, che emise il 10 novembre dell’anno seguente, 1722. I venti anni che seguirono rimangono avvolti da un silenzio difficile da scalfire: poche e contraddittorie le testimonianze su quel lungo periodo. Fu probabilmente ad Iglesias e poi Domusnovas (ma è possibile anche il contrario), impiegato in diversi lavori, ché non riusciva a tenere a lungo alcun incarico. Giunse a Cagliari intorno al 1742 e da allora fino alla morte percorse, bisaccia in spalla, le vie della città: di Cagliari imparò a conoscere le pietre e i volti degli uomini; entrò in tutte le case – in quelle dei poveri e in quelle dei ricchi -, chiedendo pane ed offrendo altro pane, quello del Vangelo, che annunciava in modo semplice ed efficace, soprattutto ai fanciulli ed alla povera gente, che da lui si sentiva accolta ed amata, compresa e difesa. Al punto che è rimasta celebre la lezione che fra Ignazio dette a Gioacchino Franchino, un commerciante arricchitosi dissanguando i poveri, che ambiva a grandeggiare, desideroso perfino di ottenere la patente di benefattore: ma il frate si guardava bene dal bussare alla porta della sua casa! Lo speculatore se ne lamentò col guardiano, che impose a fra Ignazio di passare anche dal Franchino quando andava per l’elemosina. Il frate – a malincuore, probabilmente – obbedì; ma appena uscì dalla casa del ricco profittatore, dalla sua bisaccia, carica dell’abbondante elemosina, cominciò a colar sangue: una scia continua, dalla città fino al convento. Quando depose quella bisaccia ai piedi del guardiano, questi, inorridito, domandò subito spiegazioni: “Padre -disse fra ignazio -, è sangue dei poveri”. E non disse più niente e niente più gli domandò il superiore, perché era stato detto tutto quel che c’era da dire! Intorno a quel frate buono, amico dei fanciulli e vicino ai sofferenti, che sapeva scrutare i cuori, che infliggeva al suo corpo una dura penitenza ed aveva ricevuto da Dio il dono dei miracoli e della preveggenza, fiorì presto la leggenda: divenne una parte importante di Cagliari e anche personaggi autorevoli si recarono a chiedere il suo consiglio e la sua intercessione. L’elemento miracoloso è così preponderante nelle testimonianze rese ai processi, che potrebbe apparirci persino stucchevole, se non avessimo però una testimonianza al di sopra di ogni sospetto, se non altro perché fu redatta da un pastore protestante senza alcuna intenzione di favorire la canonizzazione del frate. Giuseppe Fuos, giunto a Cagliari nel 1773, come cappellano al seguito di un reggimento tedesco, vi rimase per alcuni anni; nel 1780, a Lipsia, riunì in un volume (La Sardegna nel 1773-1776, stampato in tedesco) le lettere da lui scritte in quegli anni: “Noi vediamo – scriveva il pastore in una di esse – tutti i giorni mendicare attorno per la città un santo vivente […]. Egli può fare che a lui corrano dietro formaggi interi, quando per inumanità se ne ricusa un pezzo. Se un incettatore di grano gli fa prendere il suo pane come elemosina ne spiccia il sangue; se un motteggiatore gli offre di riempirgli d’olio il suo sacco di tela, egli lo porta a casa senza perderne una goccia; anche le giovani dame nei loro parti imminenti lo supplicano per un felice esito, e la loro fiducia in lui deve essere ben profonda e non sospetta, perché egli è già un uomo canuto e sta con un piede nella tomba”. La scrittrice e premio nobel Grazia Deledda, riprendendo affermazioni di uno dei biografi del santo frate, sottolineava che egli “non ha scritto un rigo, perché era analfabeta, non ha lasciato una dottrina, perché non era un filosofo, non ha fondato nessun Ordine, perché non era uomo di geniali e coraggiose iniziative. Un povero frate questuante era fra Ignazio, il servo di tutti, l’ultimo degli uomini: eppure egli fu l’uomo più ricordato del Settecento sardo”. Ed ancora, sempre la Deledda, ricordava una caratteristica effigie che “ce lo presenta già vecchio, già forse cieco; con il Rosario, il bastone, la barba ispida, il viso bruno camuso: non ha nulla del serafico: è però l’antico pastore sardo, nella cui bisaccia si nasconde un tesoro di sapienza e di virtù”. Quella sapienza e quella virtù che ancor oggi incantano!

Felice Accrocca

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