San Felice da Cantalice, cappuccino

“O dolce amore, Giesù, sopra ogni amore, / scrivimi nel cuor quanto mi amasti. / Giesù, tu mi creasti, / ch’io ti dovessi amare”. –“Giesù, Giesù, Giesù, / Pigliati il mio cuore / e non me lo render più”. – “O Giesù, Giesù,/Figliolo di Maria, / chi ti possedesse / quanto bene averia!”. – “Chi la croce stringe bene / Giesù Cristo li sovviene / e il paradiso ottiene / e la gloria eternale”. – “In questa nostra terra / è nata una rosella, / Una bella Verginella, / ch’è Madre di Dio”. – “Croce di Cristo in fronte mia, / parole di Cristo in bocca mia, / amor di Cristo nel cuor mio: / mi raccomando a Giesù Cristo / e alla sua dolce Madre Maria”. (s. Felice da Cantalice)

IL SANTO DELLE VIE DI ROMA

Il 22 maggio 1712 il papa Clemente XI elevava agli onori dell’altare i santi Pio V, Andrea Avellino, Felice da Cantalice e Caterina da Bologna: un papa, un sacerdote, un fratello laico e una suora, vissuti tutti nel periodo storico caratterizzato dal grande movimento della restaurazione cattolica – prima, durante e dopo il concilio di Trento. Sono tutti e quattro “religiosi” (un domenicano, un teatino, un cappuccino e una clarissa), quasi a sottolineare l’apporto che gli Ordini religiosi, antichi e moderni, diedero per il rinnovamento della Chiesa. Un apporto a vari livelli: dalla cattedra di Pietro (Pio V), in veste di formatore d’un clero nuovo (Andrea Avellino), edificando il prossimo con l’umiltà e la pietà (Felice), dal silenzio orante di un monastero (Caterina). Consapevole o no, nel canonizzarli insieme, Clemente XI presentò, in una meravigliosa sintesi, quattro tipici rappresentanti di coloro che avevano tradotto in pratica il rinnovamento della Chiesa. Tra essi v’è l’umile ed emblematica figura di Felice da Cantalice, assunto anch’egli ai fastigi della grande storia della Chiesa. Nato nel minuscolo centro agricolo di Cantalice (Rieti) nel 1515, Felice Porro entrò tra i cappuccini tra la fine del 1543 e l’inizio del 1544 e, compiuto l’anno di noviziato nel convento di Anticoli di Campagna (l’odierna Fiuggi), il 18 maggio 1545 emise la professione dei voti religiosi nel conventino di Monte San Giovanni, dove ancora oggi si conserva il suo testamento, rogato il 12 aprile 1545. Perciò egli appartiene alla prima generazione di cappuccini, tra i quali venne non dalla famiglia degli Osservanti o da altro Ordine religioso, bensí dal “secolo”. Si fece frate subito dopo la triste defezione di Bernardino Ochino (avvenuta nel mese di agosto del 1542), allorché i poveri cappuccini venivano incriminati pubblicamente di eresia, e tutto lasciava temere che dovessero essere soppressi. Nondimeno, dalle parole dello stesso fra Felice veniamo a conoscere che cosa, in quel tristissimo frangente, il popolo cristiano – non i persecutori oppure alcuni impiegati della curia romana! – pensasse della vita e della religiosità dei cappuccini. Infatti, ad un cugino agostiniano, che lo esortava a seguirlo nel suo Ordine, Felice rispose che, se non si fosse potuto fare cappuccino, avrebbe preferito restare nel secolo. Dal che si deve arguire che, nonostante le persecuzioni e le calunnie, la Riforma cappuccina era altamente stimata. Sembra superfluo insistere nel ricordare tutta una serie di aneddoti pittoreschi che caratterizzano la vita di fra Felice. Tra essi vanno certamente annoverati gli incontri e lo scambio di lepide battute con Sisto V, san Filippo Neri, il futuro cardinale Cesare Baronio, con san Carlo Borromeo, gli alunni del Collegio Germanico o le dame della nobiltà romana, alla cui porta bussava in cerca di elemosina. Tutte cose risapute, come pure sono ben note le canzonette da lui cantate per le case e per le vie di Roma, le sue ammonizioni a prepotenti e peccatori, le profezie e i miracoli che i testimoni riferirono in occasione dei processi canonici e che Sisto V, nell’intento di abbreviare i tempi della sua canonizzazione, si diceva pronto a confermarli con il giuramento. Va comunque sottolineato che, delle cose meravigliose attribuite a fra Felice ancor vivente, testimoniarono quasi unicamente gli estranei all’Ordine cappuccino: i frati, o le ignoravano o non giudicarono opportuno raccontarle. Ma, se dalla vita di fra Felice si tolgono gli aneddoti, i detti ingenui e sapidi, i miracoli e le profezie, ben poco rimane da narrare. Egli infatti, dopo aver trascorso i primi quattro anni della sua vita religiosa nei conventi di Anticoli, Monte San Giovanni, Tivoli e della Palanzana (Viterbo), per il resto dei suoi giorni dimorò a Roma (1547-1587), dove giornalmente mendicò dapprima il pane (fino al 1572) e poi, fino alla morte, il vino e l’olio per i suoi frati. I cappuccini che vissero a gomito con lui, lo ritenevano un buon religioso come tanti altri, e perciò si stupirono grandemente nel vedere l’interminabile processione di gente che accorreva a venerare il suo cadavere e che – insieme a uomini e dame della nobiltà romana, a cardinali e allo stesso Sisto V – proclamava i suoi miracoli e la sua santità. Specialmente nei primi processi, i frati si limitarono a raccontare come fra Felice occupasse il suo tempo nella vita di ogni giorno. Per questo, noi oggi conosciamo quello che egli faceva in ogni momento della sua operosissima giornata: quando pregava (di giorno e di notte), si flagellava, andava per l’elemosina, dava consigli, visitava i malati in convento e fuori, confezionava rozze crocette per i devoti che gliele chiedevano. Perciò, nei processi più antichi sono pochissimi i miracoli narrati; al contrario, si indulge a descrivere quella che era la vita quotidiana di Felice, che poi, pur con le debite eccezioni, era il modo di vivere dei cappuccini nella seconda metà del Cinquecento. Ognuno può rendersene conto dando una scorsa all’indice delle cose, dei luoghi e delle persone che correda l’edizione critica dei processi di beatificazione e canonizzazione di fra Felice, dove ben venti fittissime colonne riguardano il Santo. In questo modo ci è stata trasmessa l’immagine d’un modello della vita cappuccina, in modo concreto e dettagliato. Fra Felice incarnò alla perfezione ciò che le costituzioni prescrivevano, non servilmente ma nella libertà del suo carisma. E con ciò stesso divenne un modello da imitare, e di fatto imitato. Mentre era ancora in vita, fra Felice aveva insegnato – con modi non sempre garbati e dolci! – ad alcuni frati a pregare e ad andare per l’elemosina. Dopo morte, per molti divenne un modello. I testimoni che nel 1587 avevano riferito circa la sua vita e le sue virtù, nei processi celebrati a distanza di venti o trent’anni raccontarono cose meravigliose, taciute nel 1587. Come mai? Inventarono forse delle favole? No; ma, col passare degli anni, avevano meglio compreso il significato d’una vita che, mentre si svolgeva sotto i loro occhi, era loro sembrata del tutto ordinaria e per nulla diversa da quella di tanti altri frati. Anche se confinato all’ultimo posto, fra Felice era nondimeno vissuto per quarant’anni a Roma, nel convento principale dell’Ordine, sede del vicario generale. Lo avevano conosciuto tanti frati illustri, specialmente in occasione dei capitoli generali. Bernardino da Colpetrazzo nota che, nel capitolo del 1587, a motivo degli eventi che seguirono la morte di fra Felice, i frati capitolari tralasciarono quasi del tutto i sermoni soliti a farsi in detta occasione, dal momento che fra Felice aveva predicato più che abbastanza con la sua santa morte. E furono precisamente i capitolari, quelli che portarono nelle varie province la notizia delle cose meravigliose allora verificatesi. Furono subito messe in circolazione “vite” e immagini di Felice, cosí come poi saranno ovunque solennizzate la sua beatificazione (1625) e canonizzazione (1712). Nella schiera dei frati che vanno ritenuti come i padri della Riforma cappuccina, fra Felice è secondo, forse, soltanto a Bernardino d’Asti, che negli anni 1543/44, mentr’era guardiano, lo aveva accolto nel convento di Roma. Bisognerebbe cercare di conoscere meglio l’influsso (non ufficiale, ma carismatico e reale) da lui esercitato sulla vita e nella storia dell’Ordine cappuccino, nell’ubertoso campo della perfezione religiosa e della santità. Non mancano certo gli indizi per scoprire i canali e le forme di detto influsso. Basti accennare alla larghissima diffusione delle sue immagini (“Pictura est laicorum litteratura”, e non soltanto degli illetterati!), delle “vite “, delle reliquie, del culto, di particolari formule di preghiere e, quel che più conta, all’impegno di imitarlo specialmente da parte dei fratelli laici cappuccini, alcuni dei quali sono stati annoverati nell’albo dei beati e dei santi. È infatti accertato che, tra i cappuccini, fra Felice fu il santo maggiormente amato e seguito come modello. Una indicazione in tal senso la si può ravvisare persino nel gran numero dei frati che, entrando in Religione, presero il nome di Felice. Cosí, nel 1650, tra i circa 11.000 cappuccini d’Italia, 277 si chiamavano Felice e, fino al 1966, il Necrologio della provincia Romana registra 217 frati che portarono lo stesso nome. Ma forse l’influsso da Felice esercitato fu più vasto e profondo di quanto si possa immaginare. Per esempio, nell’Ordine cappuccino non v’è traccia di sorta di quella clericalizzazione che, a distanza di pochi anni dalla morte di san Francesco, si radicalizzò tra i frati Minori. Inoltre, persino contro le puntigliose opzioni della Chiesa postridentina, l’Ordine cappuccino fu sempre impegnato a rivendicare gli stessi diritti sia ai laici che ai chierici. Al quale indirizzo assai difficilmente poté rimanere estraneo il ruolo di fra Felice, che per primo aveva onorato l’Ordine con la nobiltà della santità e che, nel noviziato di Anticoli di Campagna, aveva avuto come maestro fra Bonifacio, un cappuccino non chierico. Nel 1537, precisamente nel convento di Anticoli era morto Francesco Tittelmans da Hasselt, mentre, essendo vicario della provincia di Roma, vi sostava per la visita canonica. Da un punto di vista umano, la sua immatura morte fu una sciagura per la giovane famiglia cappuccina, di cui egli era una delle colonne portanti. Ma, di lí a pochi anni, nel luogo stesso in cui il dottissimo Tittelmans era morto, muoveva i primi passi nella palestra della vita religiosa l'”idiota” Felice. Nonostante la diversa condizione – il Tittelmans gran professore, Felice un laico illetterato – essi ebbero comune l’amore per il lavoro manuale, per la contemplazione, per una rigida osservanza della Regola, per l’umiltà e la cura degli infermi. Ma, a differenza del Tittelmans, Felice ebbe anche il tempo per incarnare un perfetto modello di vita cappuccina improntato a quelle opzioni. E il suo esempio ha fatto scuola.

Mariano D’Alatri 

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