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Io sono la vita, voi i tralci (v.5). Rimanete in me e io in voi … (v.4). In pochi versetti il verbo rimanere ricorre per ben sette volte, a sottolineare l’importanza di questo rimanere in Gesù. Un’immanenza mutua, reciproca. Gesù parla ai discepoli; eppure sembra ricordare che non è sufficiente averlo seguito, essere compiacenti del suo insegnamento: ci vuole qualcosa di più. E’ necessario “portare molto frutto“; e in questo portare molto frutto il Padre viene glorificato. Già in precedenza Gesù aveva ribadito questa necessità: “se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv12,24). E subito dopo esplicita che il cammino di sequela si può compiere solo se si mette in gioca la propria vita fino in fondo, cioè nell’essere disposti a perdere la propria vita (Gv12,25). Nuovamente, nel Vangelo di oggi ribadisce con l’immagine della potatura questa necessità di “morire” a se stessi. Una necessità che però non è fine a se stessa; sarebbe terribile una simile interpretazione. Tale necessità è innanzitutto una conseguenza dell’azione del Padre; essa consiste e si esplicita in una obbedienza alla vita così come ci viene incontro. Ciò presuppone però la capacità di saper vedere la mano sapiente dell’agricoltore, che è appunto il Padre. Questa obbedienza è infatti prima di tutto l’atteggiamento del Figlio. Un atteggiamento filiale in relazione ad una paternità che è quella di Dio. Come Gesù ha obbedito alla vita, consegnandosi agli uomini, ma affidandosi al Padre (atteggiamento filiale), così anche noi siamo chiamati, non tanto a lasciarci vivere dagli eventi, ma poiché gli eventi sono fecondati dalla presenza di Dio, essi sono capaci di condurci a quella verità e a quella pienezza a cui tutti aspiriamo. Non è un atteggiamento passivo, Gesù non ha subito la croce, l’ha scelta. Questo comporta un rinnegare se stessi, ma anche la possibilità di far irrompere Dio nella nostra storia. Sapendo che Dio ci da anche i mezzi necessari per affrontare e vivere tutto questo: la Parola di Dio, l’Eucaristia e la riconciliazione.
INIZIAZIONE ALLA VITA ETERNA, Respirare, trascendere e vivere, R. Zaz Friz De Col, San Paolo (pag. 154, € 16,00)
Una lettura un po’ impegnativa, che richiede attenzione, ma accessibile a tutti.
“Maestro, cosa devo fare per vivere?”
“Respira”, rispose il Maestro al ragazzo appena arrivato.
“E per non morire, che devo fare?”.
“Respira”, rispose il Maestro.
“Ma cosa devo fare per respirare?”
“Vivere e non morire”, rispose il Maestro.
La vita umana inizia con il respiro del neonato che nasce uscendo dalle acque materne; la vita cristiana inizia con l’immersione nelle acque battesimali del catecumeno che inizia a respirare con lo Spirito, anche se inconsapevolmente. Respirare non è solo un atto fisico, ma simbolico, anzi mistico: è respirare lo Spirito. E un atto avvolto nel mistero della Vita che trascende la realtà fisiologica per indicare la realtà cristiana: fisiologia, corpo e Spirito sono inseparabili. Si è iniziati a una vita senza fine nel momento in cui si prende la decisione di respirare con lo Spirito perché egli dà l’alito vitale che respira per l’eternità. Saggiare questo respiro nella praticadella contemplazione è iniziarsi alla vita eterna.

Sabato 5 Maggio 2012
Rimanere. Farsi “abitare” da Dio. In una società come la nostra dove l’uomo è sempre al centro di se stesso, è difficile avere un atteggiamento di accoglienza verso Dio, per il semplice fatto che siamo troppo proiettati verso noi stessi, e consapevoli o meno, non siamo capaci di stare fermi, di non possedere qualsiasi cosa con la quale veniamo in contatto. E poi consumiamo tutto, ma proprio tutto. Gesù ci insegna un’altra via; cioè l’essere accoglienti verso il Padre, attraverso l’accoglienza del Figlio. Maria, donna del primo sguardo, così come la definiva Don Tonino Bello, può insegnarci questa accoglienza. Sono proprio le parole di Don Tonino che ce la descrivono in Maria, donna accogliente. “La frase si trova in un testo del Concilio, ed è splendida per dottrina e concisione, Dice che, all’ annuncio dell’ angelo, Maria Vergine «accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio». Nel cuore e nel corpo. Fu, cioè, discepola e madre del Verbo. Discepola, perché si mise in ascolto della Parola, e la conservò per sempre nel cuore. Madre, perché offrì il suo grembo alla Parola, e la custodì per nove mesi nello scrigno del corpo. Sant’Agostino osa dire che Maria fu più grande per aver accolto la Parola nel cuore, che per averla accolta nel grembo. Forse, per capire fino in fondo la bellezza di questa verità, il vocabolario non basta. Bisogna ricorrere alle espressioni visive. E allora non c’è di meglio che rifarsi a una celebre icona orientale, che raffigura Maria col divin Figlio Gesù in scritto sul petto. È indicata come la Madonna del segno, ma potrebbe essere chiamata la Madonna dell’ accoglienza, perché con gli avambracci levati in alto, in atteggiamento di offertorio o di resa, essa appare il simbolo vivo della più gratuita ospitalità. Accolse nel cuore. Fece largo, cioè, nei suoi pensieri ai pensieri di Dio; Prosegui la lettura di “Il Padre, che rimane in me, compie le sue opere” Gv14,10
Venerdì 3 Maggio’12

Non sia turbato il vostro cuore. Alla vigilia della sua passione, sente di rivolgere una parola confortante ai suoi discepoli che certamente non rendevano conto da li a poco si sarebbe scatenato. Non sia turbato il vostro cuore. Quanto abbiamo bisogno anche noi, “oggi”, di sentire risuonare nel profondo del nostro cuore queste parole. Di sentire, non tanto nelle nostre orecchie esterne, ma nell’orecchio del cuore questa voce incoraggiante, familiare. Ahimè. siamo troppo distratti per metterci in ascolto; spesso fuggiamo dietro (inseguiamo) le nostre paure, i nostri fantasmi e non ci accorgiamo della presenza di Dio in ogni avvenimento della nostra vita. Non ci accorgiamo di questa “voce”, che nel profondo del nostro cuore, risuona e ci riassicura, perché, anche se la nostra vita può essere legata ad un filo, questo filo è saldamente nelle mani di Dio. E allora perché temere? Ma tutto parte da quella voce rassicurante. Buona giornata.
Conoscere. Spesso ho l’impressione che quando usiamo la parola conoscere riferendola a Dio, la usiamo secondo un contesto socio-culturale che non è sicuramente quello dell’universo biblico. Semmai è quello tipicamente greco (ellenistico), ovviamente sovra-strutturato da quello razionale dell’epoca odierna. Per cui si tratta sempre (per noi) di una conoscenza puramente intellettuale. Che non serve a un gran che! Perché conoscere qualcosa di qualcuno non significa affatto conoscere quel qualcuno. La Bibbia fa riferimento ad una contesto ben preciso, che è il mondo giudaico. Nella lingua ebraica, il verbo conoscere (yada’) ha sempre un accezione concreta, tanto che indica addirittura la conoscenza intima sponsale. Per cui non è tanto una conoscenza di concetti, ma piuttosto esprime una conoscenza esistenziale, pratica ed affettiva, che si realizza attraverso la vita, la comunione, e nell’amore. Nella mentalità biblica, dunque, conoscere qualcosa significa avere un’esperienza concreta di una cosa, e conoscere qualcuno significa entrare in rapporto personale con questa persona. E poiché Dio è amore (1Gv4,16) solo attraverso l’amore che proviene da Lui lo si può conoscere veramente. “Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito. E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1Gv4,12-16).
La vita eterna. Riporto alcune parole di Zigmunt Bauman in Vita liquida: “Appiattito in un eterno presente e colmo di ansie di sopravvivenza e di gratificazione …, il mondo abitato dai «sottoproletari dello spirito» non lascia spazio che a preoccupazioni riguardo a ciò che si può, almeno in linea di principio, consumare e degustare subito, qui e ora. L’eternità è ovviamente messa al bando. L’eternità, ma non l’infinito: finché dura, infatti, il presente può essere esteso oltre ogni limite, e contenere tutto ciò di cui, un tempo, si sperava di poter fare esperienza quando fosse giunta l’ora … Grazie al numero infinito di esperienze terrene che si spera di poter fare, non si sente la mancanza dell’eternità: anzi la sua perdita può passare perfino inosservata. Ciò che conta è la velocità, non la durata“ (pag. xv, Editori Laterza, 2005). Parlare di vita eterna a chi ha perso la speranza o nel profondo del suo cuore è incapace di sognare ancora sembra quanto mai inutile. Ma esiste la capacità dell’uomo di poter cogliere nella realtà frammenti di un qualcos’altro che lo apra alla stupore e lo spinga a ricercare, e se lo vuole, perfino incontrare, Qualcuno che gli permetta di aprirsi nuovamente ad un per sempre, che per l’appunto l’eternità. Nelle fessure che il tempo regala, nelle sue stupende pieghe, che nelle nostre mani e nei nostri volti diventano solchi profondi, sentenze inesorabili del tempo che passa, in quelle rughe e in quelle piaghe, ebbene, io riesco a scorgervi bagliori di luce, spiragli di eternità. Mi piace moltissimo una canzone di Susanna Parigi intitolata 42,3%, che permette di cogliere questi spiragli: Io vivo in quei non colori che sono le sfumature, io vivo nelle parole mai dette, sentite, nel vuoto totale che la mente non sa immaginare. Io vivo di mio fratello che non ho mai avuto, in quello che poteva ma non è mai stato e in quella coincidenza che è la probabilità di una vita. Su questo filo imperfetto che attraversa la realtà io vivo la mia improbabilità… e cammino sospesa tra grafici e misure, e raddoppio nelle statistiche la mia unità. E disprezzo le vostre manie percentuali mio malgrado inchiodata nel 42,3. Io vivo nello stupore che apre la mente, contro il veleno che è nelle certezze, nei momenti d’eclissi totale e la notte insolente ruba al giorno la sua metà. Su questo filo imperfetto che si aggancia alla realtà io vivo la mia improbabilità… e cammino sospesa tra grafici e misure, e raddoppio nelle statistiche la mia unità.

Il compromettersi di Dio è sconvolgente. Gesù si coinvolge completamente nel pane e nel vino. La carne e il sangue del Verbo incarnato sono vita. Carne e sangue nella Scrittura fanno riferimento a tutta la realtà della persona. Nella sua relazione con l’uomo Cristo si mette completamente a disposizione. Una tale disposizione, il suo consegnarsi, pretende dunque anche una risposta totale e completa da parte dell’uomo stesso. E’ necessario consegnarsi completamente a questa relazione. Solo chi risponde in questo modo entra in questa intimità con il Verbo della vita.
Lo chiamavano “l’avvocato dei poveri” perché difendeva gratuitamente coloro che non avevano denaro a sufficienza per pagarsi un avvocato. Marco Reyd – il futuro cappuccino fra Fedele – nato a Sigmaringen, in Germania, nel 1578, si era laureato brillantemente in filosofia e in diritto all’università di Friburgo in Svizzera, e aveva intrapreso la carriera forense a Colmar in Alsazia. Più portato ai severi studi filosofici che alle arringhe in tribunale, Marco Reyd accolse con entusiasmo l’invito del conte di Stotzingen, che gli affidava i figli e un gruppo di giovani promettenti perché li avviasse agli studi e alla conoscenza dei problemi del mondo contemporaneo.
Soggiornando per ben sei anni nelle diverse città dell’Italia, della Spagna e della Francia, impartì ai giovani e nobili allievi anche utili ammaestramenti che lo fecero ribattezzare col nome di “filosofo cristiano”. Poi all’età di 34 anni, abbandonò ogni cosa e tornò a Friburgo, stavolta al convento dei cappuccini e indossò l’umile saio di S. Francesco. Preposto per la sua saggezza alla guida di vari conventi, mentre copriva l’incarico di guardiano al convento di Weltkirchen gli abitanti della regione ebbero modo di ammirare la sua straordinaria carità e coraggio nell’assistenza ai colpiti dalla peste. Dalla Congregazione di Propaganda Fide ebbe l’incarico di recarsi nella Rezia, in piena crisi protestante. Le conversioni furono numerose, ma l’intolleranza di molti finì per creare attorno al santo predicatore una vera ondata di ostilità, soprattutto da parte dei contadini calvinisti del cantone svizzero dei Grigioni, scesi in guerra contro l’imperatore d’Austria. Più che scontata quindi l’accusa mossa a fra Fedele d’essere un agente al servizio dell’imperatore cattolico.
Il santo frate continuava impavido la sua missione, recandosi di città in città a tenere corsi di predicazione. “Se mi uccidono – disse ai confratelli, partendo per Séwis – accetterò con gioia la morte per amore di Nostro Signore. La riterrò una grande grazia”. Era poco meno d’una profezia. A Séwis, durante la predica, si udì qualche sparo. Fra Fedele portò ugualmente a termine la predica e poi si riavviò verso casa. All’improvviso gli si fecero attorno una ventina di soldati, capeggiati da un ministro, che in seguito si sarebbe convertito. Gli intimarono di rinnegare quanto aveva predicato poco prima. “Non posso, è la fede dei vostri avi. Darei volentieri la mia vita perché voi tornaste a questa fede”. Colpito pesantemente al capo, ebbe appena il tempo di pronunciare parole di perdono, prima di essere abbattuto a colpi di spada. Era il 24 aprile 1622. Fu canonizzato nel 1746 da Benedetto XIV.
Autore: Piero Bargellini da http://www.santiebeati.it/

Il pane. Alimento semplice e fondamentale. Non sono sicuro se oggi ne conosciamo il valore. Non è la stessa cosa mangiare il pane fatto in casa e quello preso al market avvolto in un pellicola di cellofan. Non hanno lo stesso sapore. Non sono uguali. Penso anche che l’abbondanza abbia fatto perdere il suo valore esistenziale, per la sopravvivenza. Al pane, all’averlo o meno, era, ma lo ancora oggi in molti luoghi, legata l’esistenza di una persona, di una famiglia, di un popolo. Penso a che cosa può suscitare in chi soffre la fame, o comunque che si trova nell’indigenza, e deve lottare per sopravvivere ogni giorno, ascoltare questa voce che dice: “Io sono il pane della vita“. Quello che queste parole possono scatenare nel profondo del suo cuore: il desiderio di vita, la voglia di giungere ad una pienezza che evidentemente ancora non si possiede. Non è tanto la sazietà, ma piuttosto la speranza di una vita possibile, di una vita che sia appunto Vita.
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