Meditazioni

Il discernimento

"Chi segue me non cammina nelle tenebre"

"Chi segue me non cammina nelle tenebre"

Catechesi del 29 novembre 2009 a cura di fra’Valerio ofm cap

In 1 Cor 12,10 Paolo dice: “a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole”. Esistono dunque diversi doni ma uno solo è lo Spirito. Fra i vari doni Paolo indica anche il dono di discernere gli spiriti.

La parola discernere viene dal latino ed è formata dalle parole: dis e cernere. Il verbo ha due significati: vedere e separare. Il discernere è vedere in profondità la realtà per distinguerla e comprenderla. La parola in latino diventa anche discrezione che è una dote importante perché, è ciò che di fronte ad un obiettivo mi permette di raggiungerlo senza esagerare nelle forze ne essere troppo carente. Facciamo l’esempio del tiro con l’arco, devo fare molti tentativi prima di riuscire a centrare il bersaglio.

In campo spirituale dobbiamo capire a cosa serve il discernimento e cosa vuol dire per la nostra vita spirituale. Il mio intervento è composto di tre momenti:

  1. Breve riferimento alla virtù della Prudenza;
  2. In che modo il discernimento ha a che fare con la parola di Dio;
  3. Commento di Rm 12,2.

Iniziamo parlando della prudenza; Sap 8, 7: “Se uno ama la giustizia, le virtù sono il frutto delle sue fatiche. Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza, delle quali nulla è più utile agli uomini nella vita”. Le quattro virtù sono chiamate virtù cardinali, in riferimento al cardo, e cioè ciò che permette di costruire nella vita qualcosa di solido. Vediamo brevemente la caratteristica di ogni virtù:

  1. La giustizia: mi aiuta a rispettare i diritti degli altri.
  2. La fortezza è il coraggio nelle prove e nelle tentazioni.
  3. La temperanza: è la moderazione in ciò che riguarda il corpo.
  4. La prudenza  è la virtù più importante perché è ciò che mi permette di trovare il miglior modo per fare la cosa giusta in una circostanza specifica.

Il discorso che potrebbe essere generico, va riportato nella propria vita. Se provo a leggere la mia vita in tutta la sua dimensione, io trovo che sono stato fatto per lodare e servire Dio. Per cui, alla luce di questo, io devo domandarmi come posso fare per vivere la mia vita in modo che io sia servo e renda lode a Dio.

La prudenza è quest’atteggiamento per cui, dalle piccole cose alle cose più importanti, io mi abituo a cercare quale sia la cosa migliore e come farla.

Come concretizzare questo?

  1. Prima di prendere una decisione, aver l’umiltà di chiedere consiglio ad altre persone. Poi è chiaro che sono io  a dover prendere le decisioni.
  2. Agire secondo la decisione presa, senza lasciarmi scoraggiare ne distrarre da altre cose.

Nella tradizione cristiana questo livello umano del decidere, viene plasmato ed arricchito dalla preghiera. Preghiera in che senso? Nel senso di “Meditazione sulle mie esperienze quotidiane in un onesto esame delle motivazioni”. Ci sono tanti modi di pregare ma c’è una preghiera particolare che è la riflessione sulle mie esperienze di ogni giorno per vedere le motivazioni che mi hanno spinto all’azione.

Se nella mia giornata mi abituo ad avere un momento per riflettere su me stesso, per riflettere su quello che ho fatto e sul perché l’ho fatto, questa riflessione costante mi abitua a scoprire il perché fondamentale che mi muove nella vita.

Questo aspetto di riflessione prolungata non è solo un discorso personale ma è un discorso anche comunitario. Paolo VI al n° 18 dell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi dell’8 dicembre 1975 scriveva queste parole: “la Chiesa evangelizza allorquando, in virtù della sola potenza divina del Messaggio che essa proclama, cerca di convertire la coscienza personale e insieme collettiva degli uomini, l’attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l’ambiente concreto loro propri”. Cioè la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo perché la logica del Vangelo plasmi la logica del mondo.

Questo riguarda anche la nostra vita personale perché non sono certo che il Vangelo guidi i miei criteri umani di giudizio, i valori, gli interessi, i modelli di vita, ecc. Questa riflessione da fare quindi deve portarmi a permettere che sia la logica del Vangelo a guidare la mia vita. Questa è la prudenza cristiana, far diventare la parola di Dio la maestra del mio discernimento verso la pienezza della mia vocazione all’amore. Infatti se sono chiamato a lodare Dio e servirlo significa che io sono chiamato ad amare.

Passiamo adesso alla seconda parte di questo incontro. La Parola di Dio entra nella nostra vita spirituale a tre livelli:

Individuare quelle azioni o quali azioni sono segnate dalla assenza dello Spirito. Cioè quello che Paolo chiama “l’influenza della carne” (Gal 5, 19-21): “Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio”. Una cosa simile la ripete in Rm 13, 12: “Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie.”

A noi sembrerebbe che non sia necessario questo elenco; è scontato che siano opere di peccato. Paolo fa questo elenco perché questo genere di opere, i cristiani le compivano insieme con esperienze di tipo spirituale. L’emozione religiosa non è ancora il segno della presenza dello Spirito Santo nella nostra vita.

Il secondo livello possiamo definirlo della “pura fede” e consiste nel riferire la nostra vita alla persona di Gesù. Vediamo a questo proposito cosa dice Paolo in 1Cor 12,3: “Ebbene, io vi dichiaro: come nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire «Gesù è anàtema», così nessuno può dire «Gesù è Signore» se non sotto l’azione dello Spirito Santo.”  Riconoscere che Gesù è il Signore e affidarsi a Dio chiamandolo con il nome di Padre sono atteggiamenti che rivelano il segno della presenza di Dio nella nostra vita.

Lo Spirito mi guida: Gal 5,25-26: “Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito. Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri.” Quando si parla di essere guidati dallo Spirito significa farsi guidare dalla Parola di Dio non come una legge ma come uditori dello Spirito che mi parla.

Passiamo adesso all’ultimo passo della nostra analisi sul discernimento. Paolo scrive ai fratelli in Rm12,2: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.” L’apostolo delle genti in queste poche parole illustra chiaramente il passaggio dal peccato attraverso la conversione ad una vita di santificazione.

Paolo infatti dice di non conformarsi alla mentalità del mondo (con mondo non è da intendersi il mondo fuori di noi ma ciò che in noi muove guerra alla logica del Vangelo). Il passaggio dal peccato alla conversione è un processo che si attua attraverso la parola di Dio che entra nella nostra vita rinnovando il nostro modo di pensare per donarci la capacità di discernere la volontà di Dio. Questo è possibile quando lo Spirito Santo entra in noi. Per discerne che cosa? Paolo indica tre livelli di discernimento:

Il primo livello base è comprendere quali siano le cose buone da farsi;

In secondo luogo il discernimento è comprendere tra le varie cose buone quale sia gradita a Dio nel caso specifico. In altri termini la scelta si attua tra due cose buone non facendo un discorso di misura (cioè non domandandosi quale sia la cosa più buona e quale quella meno buona, ma cercando quale di queste, entrambe buone, è quella che il Signore si attende che io faccia. Il discernimento è non pensare ad un bene generico oppure al mio bene egoistico, ma al bene che il Signore mi chiama a fare.

Al terzo livello abbiamo infine la perfezione. Qui il riferimento è alla mia vocazione personale. Quando io inizio ad individuare lo stato di vita in cui sono chiamato a lodare e servire Dio, tutto il resto deve essere conforme a questa mia vocazione personale. Se io ho già scelto di essere frate, devo scartare tante cose, anche buone, ma che non sono in linea con la scelta fatta. Ecco il senso della perfezione di cui parla Paolo nel versetto analizzato.

Concludiamo il nostro discorso sottolineando una cosa importante. Io non posso fare il discernimento fondamentale se non mi abituo a fare il discernimento costante per ogni azione quotidiana della mia vita. Se non mi abituo cioè a guardare con serietà e sincerità, nella mia vita quotidiana, quali sono le motivazioni che mi spingono ad agire. In secondo luogo è indispensabile iniziare a lasciarsi guidare nella vita, chiamando per nome, senza mentirsi, i comportamenti sbagliati che esistono in ognuno di noi. Infine si deve essere persuasi che arriviamo a superare il comportamento cattivo acquisito solo chiedendo a Dio la forza e la grazia di abbandonare l’azione guidata dalla logica del peccato.

A questo punto inizia il discernimento più alto, cioè comprendere il passaggio dalla vita di “peccato” lasciandomi trasformare dalla parola di Dio; inizia il discernimento che mi permette di compiere le cose buone, quelle gradite a Dio e perfette che sono la scelta vocazionale definitiva: il perdere la propria vita donandola nel matrimonio oppure per il servizio al Regno di Dio. In entrambi i casi quello che ci viene chiesto è sempre di morire ma nella logica del Vangelo, che è un morire per avere in dono una vita rinnovata.

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