Stava alla sua porta (Lc 16,19-31)

Giovedì 20 marzo ’14 –II sett. T.Q.

L’abisso, di cui parla la parabola, e che separa il ricco epulone dal povero Lazzaro è cominciato tanto tempo indietro. Quest’abisso esisteva già sulla terra nonostante i due fossero separati da pochissimi metri, se non addirittura centimetri. Solo del povero sappiamo il nome. La parabola procede per contrasti, evidenziando di volta in volta quanto l’abisso che li separa, diventi sempre più grande, fino a diventare infinito, eterno. Di Lazzaro la parabola racconta che “stava”, mentre il ricco è in movimento, è dinamico. Particolare sottile ma importante. Lazzaro non può nulla; non ha forze, non ha mezzi. Il ricco è libero di muoversi, di agire. Può scegliere. Lazzaro invece no; non ha possibilità. Le sorti improvvisamente si rovesciano al sopraggiungere di sorella morte corporale. Lazzaro è portato in cielo dagli angeli; il ricco, semplicemente si sentenzia che fu sepolto. Finora nessuno ha parlato; solo ora inizia un dialogo tra Abramo e il ricco. Un dialogo che però non sortisce alcun cambiamento.

Il nostro futuro, il nostro rapporto con Dio si costruiscono ogni giorno sulla terra. L’indifferenza, lo spreco, l’avidità, pian piano ci uccidono interiormente, lentamente. A forza di voler vedere e condividere ci costruiamo un mondo ovattato, dove gli intrusi sono i poveri, gli emarginati, i forestieri o semplicemente tutti coloro che in qualche modo infrangono il nostro è piccolo mondo di cristallo.

L’amore che apre alla solidarietà è l’esperienza più bella della vita. Vedere e condividere, apre il nostro cuore alla speranza, ad un mondo  migliore. Fra Marco.

“Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo. È sufficiente scorrere le Scritture per scoprire come il Padre buono desidera ascoltare il grido dei poveri: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo … Perciò va’! Io ti mando» (Es 3,7-8.10), e si mostra sollecito verso le sue necessità: «Poi [gli israeliti] gridarono al Signore ed egli fece sorgere per loro un salvatore» (Gdc 3,15). Rimanere sordi a quel grido, quando noi siamo gli strumenti di Dio per ascoltare il povero, ci pone fuori dalla volontà del Padre e dal suo progetto, perché quel povero «griderebbe al Signore contro di te e un peccato sarebbe su di te» (Dt 15,9). E la mancanza di solidarietà verso le sue necessità influisce direttamente sul nostro rapporto con Dio: «Se egli ti maledice nell’amarezza del cuore, il suo creatore ne esaudirà la preghiera» (Sir 4,6). Ritorna sempre la vecchia domanda: «Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?» (1 Gv 3,17). Ricordiamo anche con quanta convinzione l’Apostolo Giacomo riprendeva l’immagine del grido degli oppressi: «Il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore onnipotente» (5,4) … A volte si tratta di ascoltare il grido di interi popoli, dei popoli più poveri della terra, perché «la pace si fonda non solo sul rispetto dei diritti dell’uomo, ma anche su quello dei diritti dei popoli». Deplorevolmente, persino i diritti umani possono essere utilizzati come giustificazione di una difesa esacerbata dei diritti individuali o dei diritti dei popoli più ricchi. Rispettando l’indipendenza e la cultura di ciascuna Nazione, bisogna ricordare sempre che il pianeta è di tutta l’umanità e per tutta l’umanità, e che il solo fatto di essere nati in un luogo con minori risorse o minor sviluppo non giustifica che alcune persone vivano con minore dignità. Bisogna ripetere che «i più favoriti devono rinunciare ad alcuni dei loro diritti per mettere con maggiore liberalità i loro beni al servizio degli altri». Per parlare in modo appropriato dei nostri diritti dobbiamo ampliare maggiormente lo sguardo e aprire le orecchie al grido di altri popoli o di altre regioni del nostro Paese. Abbiamo bisogno di crescere in una solidarietà che «deve permettere a tutti i popoli di giungere con le loro forze ad essere artefici del loro destino», così come «ciascun essere umano è chiamato a svilupparsi»” (Papa Francesco, Evangelii gaudium, Roma, 2013, n. 187 e 190).

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