29 Novembre: Festa di tutti i Santi dell’Ordine Serafico

Oggi per noi francescani è un giorno di festa: ricorre infatti l’anniversario dell’Approvazione della Regola dei frati minori; approvata definitivamente da papa Onorio III il 29  novembre 1223. Una regola per la vita; la nostra vita:

S_Francesco_Guido_RENILa Regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.” (RbI)

Per una riflessione: E’ possibile vivere in mondo senza leggi, senza regole? Qualcuno potrebbe avere l’ardita tentazione di rispondere “si” tralasciando alcuni particolari; anche l’uomo che vive senza regole finisce per obbedire ad una legge: quella del proprio egoismo! Prima o poi, scoprirà di doversi sottomettersi malvolentieri ad un’altra legge, che lo sovrasta prepotentemente: la legge del più forte. Perché come la natura e la vita biologica è sottoposta a leggi prestabilite, che si ripetono ormai da miliardi di anni, così anche l’uomo forte, conclude la sua vita sottomettendosi al più forte di lui, se non altro, perché la legge della natura così impone per l’invecchiamento. Chiaramente in mondo del genere, c’è poco spazio per la giustizia, per il rispetto, per i diritti umani, per l’educazione. Esiste un’alternativa? Ai tempi di Francesco, la società non era molto diversa dalla nostra; c’erano i ricchi, c’erano i poveri, e l’ambiziosa borghesia nascente. Si facevano le guerre, si veniva fatti prigionieri, torturati, uccisi. Non è un panorama molto diverso da quello che abbiamo oggi davanti ai nostri occhi; gli interessi economici prevalgono troppo spesso sui diritti umani. Francesco fa esperienza viva di tutto questo:  combatte per i propri diritti, cade prigioniero della potente e aristocratica città di Perugina. Rimarrà prigioniero per un anno, e tornerà a casa molto provato nel corpo (L’ambiente storico culturale dell’epoca è fondamentale per comprendere Francesco). Nella vita del santo avviene un cambiamento, che non è mai semplicemente frutto degli avvenimenti storico-politici del tempo. Ancora alla ricerca di gloria e successo, Francesco si reca nelle Puglie per combattere con le truppe del papa, e armandosi magnificamente si mette in viaggio. Ma proprio durante il viaggio, a Spoleto, avviene l’inaspettato: una voce nel sonno lo provoca. E Francesco, riconoscendo chi fosse l’interlocutore,  risponde:«Che cosa vuoi che io faccia, o Signore?». E’ questo avvenimento che porta Francesco a cambiare la sua vita, e le sue regole di vita. Una domanda scaturisce nel suo cuore: come seguire il Signore Gesù? Come condividere in tutto e per tutto la sua stessa vita, come vivere alla luce del Vangelo. La parola “seguimi”diventa un imperativo per Francesco, e così dovrebbe essere per ogni cristiano, per il semplice fatto che essa è stata pronunziata da colui che ha piena autorità: Dio stesso.

La sequela di Cristo significa radicalità, radicalità dell’amore. Questo diventa norma di vita, e impone le sue leggi: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mc8,34). Rinnegare vuol dire letteralmente non riconoscere una persona; è come se io non tengo più conto di quella persona. Me ne distacco. Questo deve essere il contenuto del rinnegare se stessi: “eliminare” se stessi, il proprio desiderio di affermazione, le proprie ambizioni. Cominciare a prendere l’ultimo posto, conformandosi sempre di più a Cristo. Prendere la propria croce, vuol dire invece, condividere lo stesso destino di Gesù. Questo comporta un distacco totale dalle cose, dalle persone, perfino da se stessi. Ma un distacco che non è indifferenza, o semplice negazione: la morte di Gesù è per la vita. Ecco che il dare la nostra vita, è in vista di questo. E’ generare alla vita. La vita religiosa è amare sull’esempio di Gesù. E’ donazione senza esigere; questo è il vero concetto dell’amore; la gratuità dell’amore vero. Lo sottolinea “prendere ogni giorno la croce”. Ogni giorno dobbiamo condividere la morte di Cristo. Il quotidiano perdersi, rinnegarsi, ma sempre per ritrovarsi in Cristo. Il quotidiano è un passaggio necessario.

Il quotidiano diventa il mio modo di morire, rinnegarmi generando la vita negli altri; donare la vita negli altri. Offro la mia vita agli altri. La realtà di Francesco è una realtà vissuta con i fratelli: Il Signore dette a me dei fratelli, si legge nel Testamento. La fraternità è una realtà da contemplare. Accorgersi che vivo insieme a dei fratelli, che mi sono stati donati da Dio; comporta limitare la propria libertà, per creare degli spazi in cui l’altro, cioè il fratello, possa realizzare la propria vita. Questo necessità di disponibilità, di responsabilità e di impegno quotidiano. Richiede, per sua natura, delle regole. L’amore richiede sempre delle regole, delle virtù. L’esempio di una coppia di fidanzati, in cui uno impone all’altro la propria volontà in continuazione: l’altro non esiste, divine solo un oggetto da possedere. Ecco che per vivere l’amore autentico è necessario coltivare degli atteggiamenti, delle virtù. Il concetto di ogni voto su basa dunque sul precetto dell’amore. Ogni singolo voto dev’essere vissuto in questa prospettiva. Il quotidiano rimane sempre il banco di prova finale. L’esempio di Cristo sulla croce è l’esempio ideale di purificazione e distacco da noi stessi. Cos’ per vivere nell’amore la povertà occorre un distacco effettivo ed affettivo; un distacco concreto e reale. Bisogna inoltre considerare che c’è sempre presente in ognuno di noi l’istinto di realizzarsi e che si manifesta in diversi modi: stima, approvazione, considerazione. E’ necessario prenderne coscienza. “Rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”: le parole di Gesù manifestano l’assoluto distacco da tutto. Ci si spoglia da tutto: non solo dei propri vestiti; perfino della propria dignità, se è necessario. Io dono il mio modo di sentire, di progettare, di vedere, ma senza mai perdere di vista chi sono; dono la mia vita agli altri. e per donarmi devo sapere bene chi sono. Metto tutta la mia vita, le mie capacità a disposizione degli altri. Il dono, il vero donare, implica l’amore, un amore libero. E’ il servo “senza utile” che son aspetta niente in cambio.

Come nasce la Regola. Ogni regola è sempre mediata; in questo caso dall’esperienza di Francesco e degli altri frati. Sebbene nell’immaginario collettivo siano impresse le immagini di Francesco che va in estasi e scrive la regola. Confrontando la Regola non bollata con la Regola bollata, traspare chiaramente come esse siano modellate dall’esperienza positiva e negativa della quotidianità. Il punto di partenza per la loro comprensione è il particolare carisma che il Signore ha dato a Francesco. I primi compagni del santo non hanno regole scritte o leggi precise: la loro vita prende forma dall’esempio e la testimonianza del fondatore; Francesco è il loro punto di riferimento. All’inizio il fondatore ha un’ispirazione e la vive; questo vale sia per il fondatore che per i primi compagni. Ciò che comunque colpisce è l’atteggiamento del fondatore; la sua stessa vita. Per i primi seguaci, Francesco è l’unica norma di vita. Solo con la crescita vertiginosa del numero dei frati nasce l’esigenza di mettere per iscritto lo stile di vita di Francesco e dare una norma che regolamenti la loro vita. Essendo cresciuto il numero dei frati, il che indica che sia passato anche del tempo, diventa evidente che Francesco on può essere ovunque, non può essere presente a tutti i frati. C’è chi ha solo sentito parlare di lui, e sull’esempio dei primi compagni ne intraprende la loro vita. Si avverte la necessità di passare da una forma di vita “primitiva”, cioè dei primi tempi, ad una forma più “giuridica”. Nel Testamento Francesco ricorda come sia avvenuto il passaggio: “il Signore Altissimo mi illuminò che dovevo vivere secondo la forma del santo vangelo”. Francesco non vuole tanto una regola, ma una forma di vita. Questa forma di vita non è nuova, perché è il Vangelo stesso. Per il santo d’Assisi la questione non è tanto come interpretare il Vangelo, ma come vivere alla luce del Vangelo. Lo stile di Francesco rompe con le regole già esistenti, e con lo stile ecclesiastico del tempo. Lo stile di Francesco non nasce da teorie, ma dalla vita pratica, vissuta in primo luogo da lui stesso e si fonda esclusivamente sugli insegnamenti del Vangelo. La regola che verrà successivamente scritta si rifà a questo stile di vita, che è il Vangelo stesso. Francesco non si riterrà mai l’artefice, ma solamente lo strumento attraverso il quale il Signore ne fa dono alla sua Chiesa. Questo dono, cioè il carisma, è si fatto a Francesco, ma per il bene della Chiesa: “Francesco và, e ripara la mia Chiesa”. Poiché lo Spirito è sempre una realtà in movimento, e chi riceve un carisma deve vivere in modo dinamico. Il carisma è più un modo di operare che un modo d’essere. Forse il nostro modo d’essere è il nostro modo di operare. E’ importante capire il passaggio da movimento a ordine. Inizialmente, abbiamo detto, i primi seguaci di Francesco vedevano lui e gli andavano dietro. Nel momento in cui i frati aumentano, e si rende necessario dare delle direttive, il movimento comincia ad istituzionalizzarsi. In questa fase è importante non annullare l’aspetto dinamico del carisma, perché si toglie la capacità di agire allo Spirito Santo. Tenere insieme le due realtà non è sempre facile. Il carisma deve essere calato nell’oggi, nella realtà in cui si vive. Per fare tutto ciò è bene tenere sempre presente due principi: i) avere ben chiaro il carisma del fondatore; ii) saperlo calare nella vita dei nostri giorni. Un ordine che non è presente nell’oggi non ha senso; è come un binario morto. Oggi per noi rinnovarsi per noi vuol dire tornare al fondatore, che significa inevitabilmente tornare al Vangelo. Perché per san Francesco il nostro modo di vivere può essere solo secondo la forma del santo Vangelo. Un carisma non opera mai per se stesso, ma attraverso le persone che lo incarnano, che lo fanno proprio. Così la costituzioni, le regole non fanno niente per se stesse; devono sempre essere incarnate da qualcuno, fatte proprie e vissute. Il carisma del fondatore va guardato con senso di umiltà e responsabilità, domandandosi che cosa ci si aspetta da noi da parte della Chiesa: “vivere secondo la forma del santo Vangelo”.

 

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