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	<title>Sui suoi passi</title>
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	<description>Provincia Toscana dei Frati Minori Cappuccini</description>
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		<title>&#8220;Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato&#8221; Mc16,16</title>
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		<pubDate>Sun, 20 May 2012 08:34:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vangelo del giorno]]></category>
		<category><![CDATA[Ascensione]]></category>
		<category><![CDATA[Deus caritas est]]></category>
		<category><![CDATA[Papa Benedetto XVI]]></category>
		<category><![CDATA[Porta fidei]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Riscoprire il proprio battesimo. Con il battesimo Dio si è legato a noi; e noi veniamo in contatto con la sua vita divina. Questa vita è in noi, nel battesimo, come un seme che viene seminato in un terreno, cioè nei nostri cuori, e che dovrà crescere. Crescerà per mezzo della fede della Chiesa e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riscoprire il proprio battesimo. Con il battesimo Dio si è legato a noi; e noi veniamo in contatto con la sua vita divina. Questa vita è in noi, nel battesimo, come un seme che viene seminato in un terreno, cioè nei nostri cuori, e che dovrà crescere. Crescerà per mezzo della fede della Chiesa e di quanti si sono educati e sono stati da questa fede. Educati, non tanto a suon di norme o precetti da osservare che finiscono per svilire l&#8217;uomo e la fede stessa; ma educati dalla familiarità con Dio e dal gusto della sua Parola (cfr. pp. Benedetto XVI, <em>Motu proprio Porta Fidei, </em>n.3). Il Cristianesimo non è una norma etica o un dettato teologico, cose che sono importantissime e necessarie, ma da sole non bastano! Il Cristianesimo è un persona: Gesù Cristo.  un incontro che ti cambia la vita per sempre. &#8220;<em>All&#8217;inizio dell&#8217;essere cristiano non c&#8217;è una decisione etica o una grande idea, bensì l&#8217;incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva</em>&#8221; (pp. Benedetto XVI, Lett. Encicl. <em> Deus caritas est</em>, n.1). E&#8217; dunque necessario educarsi e farsi educare da questa familiarità con Dio e al sua gusto. Toccati interiormente dalla sua presenza cominceremo a comprendere il senso della vita; che le nostre vite, prima ancora di venire dall&#8217;amore dei nostri genitori, vengono e sono precedute dall&#8217;amore di Dio che ci ha voluti e ci amati e sempre ci amerà. Capiremo che Dio è per noi e che la nostra vita è una promessa che Dio manterrà. IL senso della solennità di oggi è proprio questo. L&#8217;immagine del Cristo seduto alla destra di Dio che il Vangelo ci offre, è si quella del Cristo  giudice della storia, ma è anche l&#8217;immagine di un fratello che aspetta i suoi fratelli più piccoli; e resterà lì ad aspettare finché l&#8217;ultimo dei suoi fratelli non sarà entrato.</p>
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		<title>&#8220;Quel giorno non mi domanderete più nulla&#8221; Gv16,23</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 04:41:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vangelo del giorno]]></category>
		<category><![CDATA[senso]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>
		<category><![CDATA[Vocazione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: right;">Sabato 19 Maggio 2012</p>
<p>&#8220;Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre&#8221; Gv16,28. Il fatto di esserci, mi pone delle domande. Non mi sono creato da solo, non mi sono dato io l’esistenza. Qual è dunque il senso più profondo della mia vita? La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Sabato 19 Maggio 2012</p>
<p><a href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/P3021827_2_3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2097" title="" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/P3021827_2_3.jpg" alt="" width="183" height="480" /></a>&#8220;<em>Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre</em>&#8221; Gv16,28. Il fatto di esserci, mi pone delle domande. Non mi sono creato da solo, non mi sono dato io l’esistenza. Qual è dunque il senso più profondo della mia vita? La semplice constatazione che io ci sono, e questo la dice lunga sul fatto che l’uomo è il solo essere vivente ad avere l’autocoscienza, implica che devo pormi delle domande fondamentali. Domande di senso di tipo: perché esisto? Dove vado e da dove vengo? C’è qualcos’altro oltre la morte? Inutile dire che l’uomo si confronta con la realtà concreta della vita, con dei suoi simili e con i quali è chiamato a condividere la sua esistenza, ma non può che constatare che la sua esistenza è posta, cioè data in una condizione che allo stesso tempo si dimostra drammatica ed enigmatica, apiretica, irrisolvibile, proprio a partire da sé. In altre parole, quanto più l’uomo riflette con sincerità su quello che conosce e sperimenta della propria esistenza, tanto più si accorge di essere una <em>domanda</em>esso stesso, una domanda a cui non può e non sa rispondere. L’esistenza umana rimane carica di mistero. Sono interrogativi che in qualche modo qualificano l’uomo, esprimono la sua identità, gli permettono di auto-comprendersi ed infine, di realizzarsi. Abbiamo bisogno di sapere chi siamo. La realtà ha bisogno di essere interpretata, perché è essa stessa che produce domande, desideri, e manifestando tutto il suo limite, chiede proprio all’uomo d’interpretarla. La realtà della vita, della sofferenza, dell’ingiustizia, mi fa scorgere allo stesso tempo la precarietà dell’esistenza e questo mi rende impotente e fa infrangere molto spesso il mio desiderio di felicità. E’ come se i miei sogni si infrangessero contro un muro all’improvviso. Crollano tutte le mie aspettative. Ecco perché è necessario cercare la risposta. Una risposta a tutte le nostre domande che va cercata con fatica, pazienza e perseveranza.</p>
<p style="text-align: center;"> <em>Anche se le grandi acque dormono,</em></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><em>che esse siano l’oceano</em></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><em>non possiamo dubitare –</em></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><em>nessun Dio vacillante</em></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><em>accese questa dimora</em></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><em>      per spegnerla –</em></p>
<p style="text-align: center;" align="center">(E. Dickinson, 1599)</p>
<p style="text-align: left;" align="center">La parole di Gesù hanno senso solo per chi si pone la domanda: &#8220;chi sono io?&#8221;. E&#8217; il risveglio profondo della coscienza. La voglia di cercare una risposta; la risposta definitiva a tutti gli interrogativi a cui nemmeno la scienza può rispondere; perché la scienza mi può dire come sono fatto, ma non potrà mai dirmi CHI SONO! Sarà come alzarsi da terra ed incominciare ad incamminarsi verso la casa del Padre, proprio come iniziò il viaggio di ritorno per il figlio ancora lontano della parabola (Lc15,20). Un viaggio di ritorno verso la casa di un Padre che non si è mai stancato di aspettarci: “<em>Quando era ancora lontano il padre lo vide…</em>”Lc15,21. Un Padre che ci vide sin dall’eternità.</p>
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		<title>San Crispino da Viterbo, cappuccino</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 03:51:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[Il santo Cappuccino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"></p>
<p style="text-align: left;" align="center">Sabato 19 Maggio 2012</p>
<p style="text-align: left;" align="center">Crispino nacque a Viterbo, nella contrada detta del Bottarone, il 13 novembre 1668; fu battezzato il 15 dello stesso mese nella chiesa di S. Giovanni Battista con il nome di Pietro. Dall&#8217;atto di battesimo vengono fuori anche i nomi della mamma, Marzia, del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><a href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/07-S-Crispino_da_Viterbo1668-1750c.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2101" title="" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/07-S-Crispino_da_Viterbo1668-1750c.jpg" alt="" width="320" height="448" /></a></p>
<p style="text-align: left;" align="center">Sabato 19 Maggio 2012</p>
<p style="text-align: left;" align="center">Crispino nacque a Viterbo, nella contrada detta del Bottarone, il 13 novembre 1668; fu battezzato il 15 dello stesso mese nella chiesa di S. Giovanni Battista con il nome di Pietro. Dall&#8217;atto di battesimo vengono fuori anche i nomi della mamma, Marzia, del padre, Ubaldo Fioretti, e del padrino, Angelo Martinelli. Ubaldo, che aveva sposato Marzia già vedova con una figlia, era un artigiano e uscirà presto dalla scena, lasciando Pietro orfano in ancor tenera età, e Marzia vedova per la seconda volta. Il suo posto sarà preso dal fratello. Francesco, un calzolaio a lui molto affezionato e che al nipotino fece frequentare le scuole dei gesuiti, e lo accolse come apprendista nella sua bottega di calzolaio. Pietro rivestí l&#8217;abito cappuccino il 22 luglio 1693, giorno della Maddalena, assumendo il nome con cui è conosciuto nella storia della santità: Crispino da Viterbo, e al compiersi dell&#8217;anno della prova, il 22 luglio 1694, fu trasferito a Tolfa, dove rimase quasi tre anni, fino al mese di aprile del 1697. Passato a Roma, vi sostò appena qualche mese; dal 1697 fino all&#8217;aprile 1703 dimorò ad Albano, di dove passò a Monterotondo; qui rimase quasi ininterrottamente per oltre un sessennio, fino all&#8217;ottobre 1709; si recò quindi ad Orvieto, dove fu ortolano fino al mese di gennaio del 1710, quando cominciò ad esercitare l&#8217;ufficio di questuante. Cominciavano cosí i quasi quarant&#8217;anni di vita orvietana, interrotti da una breve permanenza a Bassano (ultimi mesi del 1715) e a Roma (metà maggio &#8211; fine ottobre 1744). Finalmente, il 13 maggio 1748, vi fu la partenza definitiva per l&#8217;infermeria di Roma, dove morirà il 19 maggio 1750. Fra Crispino fu beatificato il 7 settembre 1806 e, finalmente, canonizzato il 20 giugno 1982. In un profilo biografico di fra Crispino da Viterbo rimarrebbe una incolmabile lacuna se non si accennasse ai suoi aforismi: detti, sentenze, massime, riflessioni o esclamazioni in cui egli, da autentico maestro, sapeva condensare il succo delle sue convinzioni piú profonde e dei suoi sentimenti. Uomo riflessivo e cortese, aveva il gusto delle similitudini e delle immagini. <span id="more-2100"></span>Soprattutto, sapeva trovare parole e modi giusti, quando si trattava di &#8220;avvertire&#8221; gente di qualsiasi condizione. Lo notò con felice intuito il fratello laico Domenico da Canepina, di 43 anni, che ai processi depose: &#8220;Nel dare li suoi santi avvertimenti, costumava una maniera dolce e cortese, mostrando di santamente scherzare, e indirizzando il discorso quasi ad una terza persona per meglio venire con prudenza al suo intento&#8230;&#8221;. Alcuni degli aforismi di fra Crispino seguitarono ad essere ripetuti a lungo. Ne fan fede non solo i processi canonici dove sono riferiti in gran numero, ma capitava anche di sentirli citare per le vie e nelle case, tanto è vero che un cappuccino, p. Giuseppe Antonio dalla Valtellina, predicando la quaresima nei castelli dell&#8217;Orvietano (Sugano, Torre, Sala e S. Venanzio), credette opportuno commentare &#8220;detti e massime&#8221; di fra Crispino, e la gente accorreva per sentirli ripetere, anche perché era convinta della loro efficacia. Ne citeremo alcuni anche qui, senza la pretesa di esser completi o di inquadrarli nel contesto in cui furon detti, cosa che richiederebbe troppo spazio. Spesso, alzando gli occhi al cielo, fra Crispino esclamava: &#8220;Oh, bontà divina!&#8221;. Oppure, invitando ad ammirare il creato, diceva: &#8220;Che grande Iddio, che grande Iddio!&#8221;. Spesso gemeva: &#8220;Oh Signore, perché tutto il mondo non vi conosce e non vi ama ?&#8221;; ed esortava: &#8220;Amiamo questo Iddio perché lo merita&#8221;; &#8220;Ama Dio e non fallire, fa pur bene e lascia dire&#8221;; ammoniva i mercanti: &#8220;Avvertite, non fate il Meo, ché Iddio ci vede&#8221;. E ancora: &#8220;Chi non ama Dio è matto&#8221;; &#8220;Chi ama Dio con purità di cuore, vive felice e poi contento muore &#8220;; &#8220;Chi fa la volontà del Signore, mai gli accade cosa alcuna in contrario&#8221;. In tempo di grave carestia, esortava cosí alla fiducia nella divina Provvidenza: &#8220;Poni in Dio la tua speranza, ché averai ogni abbondanza&#8221;; &#8220;La divina Provvidenza piú di noi assai ci pensa&#8221;; nella stessa occasione, a chi domandava come avrebbe provveduto alle necessità del convento, dove la famiglia si era accresciuta di sette studenti, fra Crispino rispondeva &#8220;che non ci pensava niente, ma che aveva tre gran proveditori&#8221;, cioè Dio, la Madonna e san Francesco. Sentendo suonare la campana per la preghiera, si licenziava con dire che &#8220;lo chiamava il suo Signor Padre &#8220;; e a fra Francesco Antonio da Viterbo dichiarò: &#8220;Paesano, quanto facciamo, tutto l&#8217;abbiamo da operare per amor di Dio&#8230; Io non alzerei neppure una paglia che non fosse per la gloria del Signore&#8221;; facendo altrimenti, &#8220;sarebbe stato martire del demonio&#8221;. Frequentissime, sulla lingua di fra Crispino, erano &#8220;le sue sante massime&#8221; sulla Madonna, che chiamava &#8220;la mia Signora Madre&#8221;: &#8220;Chi è devoto di Maria santissima non si puol perdere&#8221;; &#8220;Chi ama la Madre e gl&#8217;offende il Figlio, è un finto amatore&#8221;; &#8220;Chi offende il Figlio non ama la Madre&#8221;; &#8220;Non è vero devoto di Maria chi disgusta il suo divin Figliuolo coll&#8217;offese&#8221;. E insegnava a ripetere: &#8220;Maria santissima, siatemi luce e scorta particolarmente nel punto della mia morte&#8221;. Quando veniva sollecitato a pregare la Madonna per casi gravi (ordinariamente si chiedevano miracoli) egli diceva: &#8220;Lasciami parlare un poco con la mia Signora Madre, e poi ritorna&#8221;; oppure: &#8220;Mandarò un memoriale alla mia Signora Madre, e poi ne vedremo il rescritto&#8221;; e non sempre il rescritto era quale lo si sarebbe voluto, come nel caso di Francesco Laschi, al quale disse: &#8220;La mia Signora Madre non ha sottoscritto il memoriale da me porto per la salute di tuo figlio&#8221;. Sono molto numerosi i detti riguardanti i novissimi. Fra Crispino compie ogni atto alla luce dell&#8217;eternità che l&#8217;attende, e vuole che nessuno perda di vista questa realtà, gioiosa oppure terribile, a seconda di come si sarà vissuto. A suor Maria Costanza annunzia la prossima, imprevedibile fine con le parole &#8220;Chi nasce, muore&#8221;. A chi era attaccato alle vanità del mondo, ricordava: &#8220;Ogni giorno ne passa uno&#8221;. Incoraggiava malati e tribolati con dire: &#8220;Il patire è breve, ma il godere è eterno &#8220;, oppure: &#8220;Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto &#8220;, &#8220;Iddio me l&#8217;ha data, Iddio me la leverà: sia fatta la sua santissima volontà&#8221;. A chi lo compassionava per le sue sofferenze, rispondeva allegramente: &#8220;Quando vuoi patire per amor di Dio, quando sei morto? &#8220;, oppure: &#8220;Eh, che volemo aspettare a patire quando siamo nel pilozzo? &#8220;, e per &#8220;pilozzo&#8221; intendeva la fossa nel cimitero. Piú spesso ammoniva: &#8220;In paradiso non si va in carrozza &#8220;, &#8220;Il paradiso non è fatto per li poltroni &#8220;, &#8220;In paradiso non ci si va colle pianelle&#8221;. Il pensiero dell&#8217;inferno gli faceva sovente esclamare: &#8220;Oh eternità, oh eternità &#8220;, anche se era convinto che &#8220;si dura piú fatica per andare all&#8217;inferno che per acquistare il santo paradiso colle sante operazioni&#8221;; ed aggiungeva: &#8220;La morte è una scuola da far mettere giudizio a quanti matti s&#8217;attaccano al mondo&#8221;. E lui, i matti che incontrava, li aiutava a mettere giudizio in tempo. Ai mercanti diceva: &#8220;Avvertite che Dio vede il contratto e la mercede&#8221;; a un tale che. stava dirigendosi verso certe case, disse: &#8220;È tempo di mutar strada, se vuoi mutar fortuna per il cielo e per la terra&#8221;. E ancora ammoniva: &#8220;Le cose mondane non conducono a Dio&#8221;; &#8220;Chi è interessato, è dannato&#8221;. Ma piú spesso cercava di infondere sentimenti di fiducia: cosí, a coloro che gli chiedevano se si sarebbero salvati, &#8220;prontamente rispondeva che, se avessero avuta speranza di salvarsi, si sarebbero salvati&#8221;; &#8220;insinuava sempre che la misericordia di Dio era infinita&#8221;; &#8220;La misericordia di Dio, signora, è grande. Si liberi dalla cattiva pratica con una buona confessione&#8221;; &#8220;La potenza di Dio ci crea, la sapienza ci governa, la misericordia ci salva&#8221;. Alla signora Paola Schiavetti, angosciata da scrupoli, rispose: &#8220;Quando l&#8217;uomo fa dal canto suo tutto ciò che sa e puole, nel restante deve gettarsi nel mare delle misericordie di Dio&#8221;. Particolarmente numerosi sono pure i detti di fra Crispino circa la vita religiosa tra i cappuccini, a proposito della quale esclama: &#8220;Oh quanto siamo obbligati al Signore, che ci ha chiamati alla santa religione&#8221;. In essa egli serví portando bisaccia e fiasche, che erano &#8220;la sua croce &#8220;, &#8220;ma quanto era maggiore quella di Cristo !&#8221;. Piú d&#8217;una volta ebbe a dire che la croce dei religiosi &#8220;era di paglia a paragone di quella de&#8217; secolari; e senza veruna uguaglianza le croci che portavano i secolari, benché di ferro, potevano paragonarsi a quella che portò&#8221; Cristo. Aveva perciò una visione piuttosto pessimistica della vita religiosa quale era vissuta nel suo tempo. Voleva che fosse impegnata, austera e materiata di opere. Soleva ripetere: &#8220;Figliuoli, operate fino che siete giovani, e patite volentieri, poiché quando uno è vecchio, non vi resta se non la buona volontà&#8221;. Lui tanto garbato nell&#8217;&#8221;avvertire&#8221;, quando si trattava di religiosi, lasciava volentieri da parte immagini e allegorie. Cosí, a fra Francesco Antonio da Viterbo che si era arrabbiato contro il guardiano, disse di punto in bianco: &#8220;Paesano, se vuoi salvarti l&#8217;anima, hai da servare le seguenti cose: amar tutti, dir bene di tutti e far bene a tutti&#8221;. A un altro suggerí: &#8220;Se voi volete vivere contento nella comunità religiosa, dovete osservare, tra le altre, queste tre cose: cioè soffrire, tacere ed orare&#8221;. Era particolarmente severo contro chi veniva meno al voto di obbedienza. Ammoniva: &#8220;Chi non obbedisce è un anima morta innanzi a Dio ed al padre san Francesco, ed un corpo inutile alla religione&#8221;; &#8220;&#8230;rassomiglia ad un giovane senza giudizio, mentecatto e torbido in una famiglia, il quale è solamente buono per inquietare e disturbare gli altri e fare confusioni&#8221;; &#8220;&#8230;è come un corpo morto in una casa, che a nulla altro serve se non ad appestarla con il suo fetore&#8221;. Esortava a sovvenire i poveri che si presentavano alla porta, e diceva che Dio avrebbe provveduto in abbondanza, &#8220;quando avessimo tenute aperte le due porte, cioè quella del coro alla maggior gloria del Signore, e quella della portaria a beneficio de&#8217; poveri&#8221;; e ancora: &#8220;la porta mantiene il convento&#8221;. Fra Crispino era esigente con i religiosi, ma non pessimista nei confronti dell&#8217;Ordine: reputava una grande grazia poter in esso servire Dio. Incontrando un fanciullo orvietano, Girolamo, figlio di Maddalena Rosati, gli prediceva che sarebbe stato cappuccino, cantarellandogli: &#8220;Senza pane e senza vino, fraticello di fra Crispino&#8221;. Il ragazzo si fece frate col nome di Giacinto da Orvieto e morí ancor chierico a Palestrina, appena ventunenne, nel 1749. Ma vi è pure tutta una serie di aforismi che si direbbero congeniali all&#8217;indole di fra Crispino. Con essi egli celia allegramente su fatti e situazioni non di rado penosi, con un inesauribile senso di humour. Il droghiere orvietano Francesco Barbareschi, tormentato dalla podagra, era da fra Crispino invitato lepidamente &#8220;a prender l&#8217;asta d&#8217;Achille, cioè la vanga, e faticare nella villa Crispigniana, chiamando cosí il suo orticello, ove seminava l&#8217;insalata e piantava gli erbaggi per i benefattori&#8221;. Bruciante come una frustata in faccia, la risposta data ad un altro che gli chiedeva di esser guarito dallo stesso male: &#8220;Il vostro male è piú di chiragra che di podagra, perché&#8230; non pagate chi deve avere: li vostri operai e servidori piangono&#8230;&#8221;. Alla principessa Barberini, che voleva veder guarito subito il figlio Carlo rispose: &#8220;Eh, non ti basta che guarisca nell&#8217;Anno Santo ? &#8230; Eh, che vuoi pigliare il Signore per la barba? Bisogna ricevere da Dio le grazie quando lui le vuol fare&#8221;. A Cosimo Puerini, dispiacente di dare in elemosina una fiasca di vino buono, Crispino dice: &#8220;Eh, che vuoi fare il sagrificio di Caino?&#8221;. Dopo che un cappuccino era scampato per miracolo alla morte nel tentativo di attraversare un fiume in piena, fra Crispino cantarellò: &#8220;Torbida si vede, torbida si lassa; son un gran matto, se si passa&#8221;. A fra Crispino capitava spesso di dover parlare di se stesso&#8230; per aiutare gli altri a farsi sul suo conto un&#8217;idea piú rispondente a verità. Cosí almeno la pensava lui, che volentieri faceva eco ai suoi denigratori con dire: &#8220;sono peggiore dei merangoli, da&#8217; quali pure se ne ricava un poco di sugo, ma da me cosa vogliono ricavare?&#8221;. Per sottrarsi a lodi ed ammirazione, fra Crispino ricorreva spesso ad immagini e similitudini. A chi gli diceva di non rovinare la minestra con l&#8217;assenzio, rispondeva: &#8220;Ogni amaro tenetelo caro&#8221;, oppure: &#8220;Questo assenzio se non è secondo il gusto, è secondo lo spirito&#8221;. A chi lo compassionava vedendolo camminare sotto la pioggia, diceva: &#8220;Amico, io cammino tra una goccia e l&#8217;altra &#8220;, oppure tirava in ballo la sua &#8220;sibilla &#8220;che gli teneva &#8220;l&#8217;ombrella sopra il capo &#8220;o gli portava le pesanti bisacce. Essendo andato a visitare il cardinale Filippo Antonio Gualtieri, questi gli chiese perché mai, per l&#8217;occasione, non avesse indossato un abito e un mantello un poco migliori. E Crispino &#8220;al solito con una facezia rispose, allargando il mantello, che questo riluceva da tutte le parti, volendo significare che era logoro e sbucato&#8221;. A chi si esaltava per i suoi miracoli, diceva: &#8220;Eh via, di che vi meravigliate? Non è già cosa nuova che Dio faccia miracoli&#8221;; &#8220;E non sai, amico, che san Francesco li sa fare i miracoli?&#8221;. A Montefiascone, al popolo che gli tagliuzzava il mantello per farne reliquie, gridava: &#8220;Ma che fate, o povera gente! Quanto sarebbe meglio che tagliaste la coda ad un cane ! &#8230; Che siete matti? tanto fracasso per un asino che passa! Andate in chiesa a pregare Iddio!&#8221;. L&#8217;umile bestia da soma tornava spesso nei discorsi di fra Crispino, e nelle sue parole non c&#8217;è alcunché d&#8217;affettato. Un giorno disse al p. Giovanni Antonio: &#8220;Padre guardiano, fra Crispino è un asino, ma la capezza che lo guida sta nelle vostre mani; però, quando volete che vada o si fermi, tirategli o allentategli la capezza&#8221;. Quando si faceva aiutare a porsi sulle spalle le bisacce, &#8220;tutto allegro e gioviale egli diceva: Carica l&#8217;asino e va alla fiera&#8221;; e a chi gli chiedeva perché mai non si coprisse il capo contro la pioggia o il sole, rispondeva &#8220;facetamente: Non sai che l&#8217;asino non porta il cappello? e che io sono l&#8217;asino dei cappuccini?&#8221;. Ma alcune volte soggiungeva con serietà: &#8220;Sai perché non porto la testa coperta ? Perché rifletto che sempre sto alla presenza di Dio&#8221;.</p>
<p style="text-align: left;"><em>Mariano D&#8217;Alatri</em></p>
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		<title>San Felice da Cantalice, cappuccino</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 20:54:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Il santo Cappuccino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>&#8220;O dolce amore, Giesù, sopra ogni amore, / scrivimi nel cuor quanto mi amasti. / Giesù, tu mi creasti, / ch&#8217;io ti dovessi amare&#8221;. -&#8220;Giesù, Giesù, Giesù, / Pigliati il mio cuore / e non me lo render più&#8221;. &#8211; &#8220;O Giesù, Giesù,/Figliolo di Maria, / chi ti possedesse / quanto bene averia!&#8221;. &#8211; &#8220;Chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a title="Rubens; San Felice da Catalice" href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/414px-Rubens_Felice_da_Cantalice.jpg"><img class="alignright  wp-image-2089" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/414px-Rubens_Felice_da_Cantalice.jpg" alt="" width="373" height="539" /></a>&#8220;O dolce amore, Giesù, sopra ogni amore, / scrivimi nel cuor quanto mi amasti. / Giesù, tu mi creasti, / ch&#8217;io ti dovessi amare&#8221;. -</em><em>&#8220;Giesù, Giesù, Giesù, / Pigliati il mio cuore / e non me lo render più&#8221;. &#8211; &#8220;O Giesù, Giesù,/Figliolo di Maria, / chi ti possedesse / quanto bene averia!&#8221;. &#8211; &#8220;Chi la croce stringe bene / Giesù Cristo li sovviene / e il paradiso ottiene / e la gloria eternale&#8221;. &#8211; &#8220;In questa nostra terra / è nata una rosella, / Una bella Verginella, / ch&#8217;è Madre di Dio&#8221;. &#8211; &#8220;Croce di Cristo in fronte mia, / parole di Cristo in bocca mia, / amor di Cristo nel cuor mio: / mi raccomando a Giesù Cristo / e alla sua dolce Madre Maria&#8221;. </em>(s. Felice da Cantalice)</p>
<p align="center"><span style="color: #0000ff;"><strong>IL SANTO DELLE VIE DI ROMA</strong></span></p>
<p>Il 22 maggio 1712 il papa Clemente XI elevava agli onori dell&#8217;altare i santi Pio V, Andrea Avellino, Felice da Cantalice e Caterina da Bologna: un papa, un sacerdote, un fratello laico e una suora, vissuti tutti nel periodo storico caratterizzato dal grande movimento della restaurazione cattolica &#8211; prima, durante e dopo il concilio di Trento. Sono tutti e quattro &#8220;religiosi&#8221; (un domenicano, un teatino, un cappuccino e una clarissa), quasi a sottolineare l&#8217;apporto che gli Ordini religiosi, antichi e moderni, diedero per il rinnovamento della Chiesa. Un apporto a vari livelli: dalla cattedra di Pietro (Pio V), in veste di formatore d&#8217;un clero nuovo (Andrea Avellino), edificando il prossimo con l&#8217;umiltà e la pietà (Felice), dal silenzio orante di un monastero (Caterina). Consapevole o no, nel canonizzarli insieme, Clemente XI presentò, in una meravigliosa sintesi, quattro tipici rappresentanti di coloro che avevano tradotto in pratica il rinnovamento della Chiesa. Tra essi v&#8217;è l&#8217;umile ed emblematica figura di Felice da Cantalice, assunto anch&#8217;egli ai fastigi della grande storia della Chiesa. Nato nel minuscolo centro agricolo di Cantalice (Rieti) nel 1515, Felice Porro entrò tra i cappuccini tra la fine del 1543 e l&#8217;inizio del 1544 e, compiuto l&#8217;anno di noviziato nel convento di Anticoli di Campagna (l&#8217;odierna Fiuggi), il 18 maggio 1545 emise la professione dei voti religiosi nel conventino di Monte San Giovanni, dove ancora oggi si conserva il suo testamento, rogato il 12 aprile 1545. <span id="more-2088"></span>Perciò egli appartiene alla prima generazione di cappuccini, tra i quali venne non dalla famiglia degli Osservanti o da altro Ordine religioso, bensí dal &#8220;secolo&#8221;. Si fece frate subito dopo la triste defezione di Bernardino Ochino (avvenuta nel mese di agosto del 1542), allorché i poveri cappuccini venivano incriminati pubblicamente di eresia, e tutto lasciava temere che dovessero essere soppressi. Nondimeno, dalle parole dello stesso fra Felice veniamo a conoscere che cosa, in quel tristissimo frangente, il popolo cristiano &#8211; non i persecutori oppure alcuni impiegati della curia romana! &#8211; pensasse della vita e della religiosità dei cappuccini. Infatti, ad un cugino agostiniano, che lo esortava a seguirlo nel suo Ordine, Felice rispose che, se non si fosse potuto fare cappuccino, avrebbe preferito restare nel secolo. Dal che si deve arguire che, nonostante le persecuzioni e le calunnie, la Riforma cappuccina era altamente stimata. Sembra superfluo insistere nel ricordare tutta una serie di aneddoti pittoreschi che caratterizzano la vita di fra Felice. Tra essi vanno certamente annoverati gli incontri e lo scambio di lepide battute con Sisto V, san Filippo Neri, il futuro cardinale Cesare Baronio, con san Carlo Borromeo, gli alunni del Collegio Germanico o le dame della nobiltà romana, alla cui porta bussava in cerca di elemosina. Tutte cose risapute, come pure sono ben note le canzonette da lui cantate per le case e per le vie di Roma, le sue ammonizioni a prepotenti e peccatori, le profezie e i miracoli che i testimoni riferirono in occasione dei processi canonici e che Sisto V, nell&#8217;intento di abbreviare i tempi della sua canonizzazione, si diceva pronto a confermarli con il giuramento. Va comunque sottolineato che, delle cose meravigliose attribuite a fra Felice ancor vivente, testimoniarono quasi unicamente gli estranei all&#8217;Ordine cappuccino: i frati, o le ignoravano o non giudicarono opportuno raccontarle. Ma, se dalla vita di fra Felice si tolgono gli aneddoti, i detti ingenui e sapidi, i miracoli e le profezie, ben poco rimane da narrare. Egli infatti, dopo aver trascorso i primi quattro anni della sua vita religiosa nei conventi di Anticoli, Monte San Giovanni, Tivoli e della Palanzana (Viterbo), per il resto dei suoi giorni dimorò a Roma (1547-1587), dove giornalmente mendicò dapprima il pane (fino al 1572) e poi, fino alla morte, il vino e l&#8217;olio per i suoi frati. I cappuccini che vissero a gomito con lui, lo ritenevano un buon religioso come tanti altri, e perciò si stupirono grandemente nel vedere l&#8217;interminabile processione di gente che accorreva a venerare il suo cadavere e che &#8211; insieme a uomini e dame della nobiltà romana, a cardinali e allo stesso Sisto V &#8211; proclamava i suoi miracoli e la sua santità. Specialmente nei primi processi, i frati si limitarono a raccontare come fra Felice occupasse il suo tempo nella vita di ogni giorno. Per questo, noi oggi conosciamo quello che egli faceva in ogni momento della sua operosissima giornata: quando pregava (di giorno e di notte), si flagellava, andava per l&#8217;elemosina, dava consigli, visitava i malati in convento e fuori, confezionava rozze crocette per i devoti che gliele chiedevano. Perciò, nei processi più antichi sono pochissimi i miracoli narrati; al contrario, si indulge a descrivere quella che era la vita quotidiana di Felice, che poi, pur con le debite eccezioni, era il modo di vivere dei cappuccini nella seconda metà del Cinquecento. Ognuno può rendersene conto dando una scorsa all&#8217;indice delle cose, dei luoghi e delle persone che correda l&#8217;edizione critica dei processi di beatificazione e canonizzazione di fra Felice, dove ben venti fittissime colonne riguardano il Santo. In questo modo ci è stata trasmessa l&#8217;immagine d&#8217;un modello della vita cappuccina, in modo concreto e dettagliato. Fra Felice incarnò alla perfezione ciò che le costituzioni prescrivevano, non servilmente ma nella libertà del suo carisma. E con ciò stesso divenne un modello da imitare, e di fatto imitato. Mentre era ancora in vita, fra Felice aveva insegnato &#8211; con modi non sempre garbati e dolci! &#8211; ad alcuni frati a pregare e ad andare per l&#8217;elemosina. Dopo morte, per molti divenne un modello. I testimoni che nel 1587 avevano riferito circa la sua vita e le sue virtù, nei processi celebrati a distanza di venti o trent&#8217;anni raccontarono cose meravigliose, taciute nel 1587. Come mai? Inventarono forse delle favole? No; ma, col passare degli anni, avevano meglio compreso il significato d&#8217;una vita che, mentre si svolgeva sotto i loro occhi, era loro sembrata del tutto ordinaria e per nulla diversa da quella di tanti altri frati. Anche se confinato all&#8217;ultimo posto, fra Felice era nondimeno vissuto per quarant&#8217;anni a Roma, nel convento principale dell&#8217;Ordine, sede del vicario generale. Lo avevano conosciuto tanti frati illustri, specialmente in occasione dei capitoli generali. Bernardino da Colpetrazzo nota che, nel capitolo del 1587, a motivo degli eventi che seguirono la morte di fra Felice, i frati capitolari tralasciarono quasi del tutto i sermoni soliti a farsi in detta occasione, dal momento che fra Felice aveva predicato più che abbastanza con la sua santa morte. E furono precisamente i capitolari, quelli che portarono nelle varie province la notizia delle cose meravigliose allora verificatesi. Furono subito messe in circolazione &#8220;vite&#8221; e immagini di Felice, cosí come poi saranno ovunque solennizzate la sua beatificazione (1625) e canonizzazione (1712). Nella schiera dei frati che vanno ritenuti come i padri della Riforma cappuccina, fra Felice è secondo, forse, soltanto a Bernardino d&#8217;Asti, che negli anni 1543/44, mentr&#8217;era guardiano, lo aveva accolto nel convento di Roma. Bisognerebbe cercare di conoscere meglio l&#8217;influsso (non ufficiale, ma carismatico e reale) da lui esercitato sulla vita e nella storia dell&#8217;Ordine cappuccino, nell&#8217;ubertoso campo della perfezione religiosa e della santità. Non mancano certo gli indizi per scoprire i canali e le forme di detto influsso. Basti accennare alla larghissima diffusione delle sue immagini (&#8220;Pictura est laicorum litteratura&#8221;, e non soltanto degli illetterati!), delle &#8220;vite &#8220;, delle reliquie, del culto, di particolari formule di preghiere e, quel che più conta, all&#8217;impegno di imitarlo specialmente da parte dei fratelli laici cappuccini, alcuni dei quali sono stati annoverati nell&#8217;albo dei beati e dei santi. <a title="P. Faccini, San Felice da cantalice" href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/big_faccini-copia.jpg"><img class=" wp-image-2094 alignleft" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/big_faccini-copia.jpg" alt="" width="308" height="432" /></a>È infatti accertato che, tra i cappuccini, fra Felice fu il santo maggiormente amato e seguito come modello. Una indicazione in tal senso la si può ravvisare persino nel gran numero dei frati che, entrando in Religione, presero il nome di Felice. Cosí, nel 1650, tra i circa 11.000 cappuccini d&#8217;Italia, 277 si chiamavano Felice e, fino al 1966, il Necrologio della provincia Romana registra 217 frati che portarono lo stesso nome. Ma forse l&#8217;influsso da Felice esercitato fu più vasto e profondo di quanto si possa immaginare. Per esempio, nell&#8217;Ordine cappuccino non v&#8217;è traccia di sorta di quella clericalizzazione che, a distanza di pochi anni dalla morte di san Francesco, si radicalizzò tra i frati Minori. Inoltre, persino contro le puntigliose opzioni della Chiesa postridentina, l&#8217;Ordine cappuccino fu sempre impegnato a rivendicare gli stessi diritti sia ai laici che ai chierici. Al quale indirizzo assai difficilmente poté rimanere estraneo il ruolo di fra Felice, che per primo aveva onorato l&#8217;Ordine con la nobiltà della santità e che, nel noviziato di Anticoli di Campagna, aveva avuto come maestro fra Bonifacio, un cappuccino non chierico. Nel 1537, precisamente nel convento di Anticoli era morto Francesco Tittelmans da Hasselt, mentre, essendo vicario della provincia di Roma, vi sostava per la visita canonica. Da un punto di vista umano, la sua immatura morte fu una sciagura per la giovane famiglia cappuccina, di cui egli era una delle colonne portanti. Ma, di lí a pochi anni, nel luogo stesso in cui il dottissimo Tittelmans era morto, muoveva i primi passi nella palestra della vita religiosa l&#8217;&#8221;idiota&#8221; Felice. Nonostante la diversa condizione &#8211; il Tittelmans gran professore, Felice un laico illetterato &#8211; essi ebbero comune l&#8217;amore per il lavoro manuale, per la contemplazione, per una rigida osservanza della Regola, per l&#8217;umiltà e la cura degli infermi. Ma, a differenza del Tittelmans, Felice ebbe anche il tempo per incarnare un perfetto modello di vita cappuccina improntato a quelle opzioni. E il suo esempio ha fatto scuola.</p>
<p align="right"><em>Mariano D&#8217;Alatri</em><strong> </strong></p>
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		<title>&#8220;Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete&#8221; Gv16,17</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 09:01:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
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<p style="text-align: right;">Giovedì 17 Maggio 2012</p>
<p>Penso davvero che a volte al Signore piace giocare a nascondino. E&#8217; l&#8217;imprevedibilità della sua azione. Dove pensi di trovarlo, non lo trovi. Quando meno te lo aspetti, eccolo. E&#8217; la sua libertà di farci delle sorprese, di non lasciarsi incasellare o limitare dentro i nostri poveri confini. La nostra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/P71500471.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2082" title="" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/P71500471.jpg" alt="" width="320" height="239" /></a></p>
<p style="text-align: right;">Giovedì 17 Maggio 2012</p>
<p>Penso davvero che a volte al Signore piace giocare a nascondino. E&#8217; l&#8217;imprevedibilità della sua azione. Dove pensi di trovarlo, non lo trovi. Quando meno te lo aspetti, eccolo. E&#8217; la sua libertà di farci delle sorprese, di non lasciarsi incasellare o limitare dentro i nostri poveri confini. La nostra limitata visione del mondo, della storia e della vita. Che forza straordinaria questo Signore. E&#8217; sempre un passo avanti a noi. Ecco perché ci vuole docilità e libertà. &#8220;<em>Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito</em>&#8221; (Gv3,8). Impariamo anche noi a giocare con Lui.</p>
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		<title>&#8220;Non siete capaci di portarne il peso&#8221; Gv16,12</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 07:22:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
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<p>&#8220;Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso&#8220;. Non si può capire tutto e subito. Delle volte abbiamo sì, una chiarezza intellettuale, ma questa non è sufficiente per saper vivere secondo quanto pensiamo di aver compreso. Insomma, il vecchio proverbio, tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Mercoledì 16 Maggio 2012</p>
<p><a href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/PB090014.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2074" title="" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/PB090014.jpg" alt="" width="320" height="239" /></a>&#8220;<em>Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso</em>&#8220;. Non si può capire tutto e subito. Delle volte abbiamo sì, una chiarezza intellettuale, ma questa non è sufficiente per saper vivere secondo quanto pensiamo di aver compreso. Insomma, il vecchio proverbio, <em>tra il dire e il fare c&#8217;è di mezzo il mare, </em>è quanto mai vero. Quando poi siamo così convinti di aver compreso perfettamente, diventiamo una categoria assai pericolosa: i così detti fondamentalisti; figli di una razionalità esasperata che tutto fa dipendere dall&#8217;intelletto. E&#8217; una specie di bigottismo quanto mai antipatico. Altra cosa è quella che la Bibbia chiama sapienza; che non ha nulla molto in comune con quella greca. La sapienza ebraica è sempre qualcosa che ha che vedere con la vita. Nasce dall&#8217;esperienza quotidiana, concreta. E proviene da Dio. E&#8217; Dio stesso che illumina il cuore dell&#8217;uomo e gli fa comprendere e vedere come la realtà sia veramente. Non è solo uno sforzo umano. E soprattutto, chi viene &#8220;illuminato&#8221; ha la consapevolezza che ci vuole tempo per comprendere i pensieri di Dio &#8230; e poi, come insegna la stessa Bibbia, Dio ama il lento, e non il rock, come qualcuno invece vorrebbe &#8230; E&#8217; questione di umiltà. Tutto qui.</p>
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		<title>&#8220;Dove vai?&#8221; Gv16,5</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 08:23:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: right;">Martedì 15 Maggio 2012</p>
<p style="text-align: left;">&#8220;Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: «Dove vai?»&#8220;. Quando abbiamo paura della risposta, non facciamo domande. Soprattutto se la risposta ci pone inevitabilmente di fronte alla verità di noi stessi. Spesso si preferisce far finta di niente, senza mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Martedì 15 Maggio 2012</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/P8310254.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2068" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/P8310254.jpg" alt="" width="461" height="345" /></a>&#8220;<em>Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: «Dove vai?»</em>&#8220;. Quando abbiamo paura della risposta, non facciamo domande. Soprattutto se la risposta ci pone inevitabilmente di fronte alla verità di noi stessi. Spesso si preferisce far finta di niente, senza mai porsi una domanda sul senso della nostra vita, del nostro esserci, del nostro futuro. La domanda &#8220;dove vai?&#8221; è un&#8217;interrogativo che ci proietta &#8220;terribilmente&#8221; avanti, su quello che saremo, di quello che rimarrà di noi; ci pone perfino di fronte alla morte. E quest&#8217;ultima ci costringe a guardarci dentro. Ecco la paura. Perché cadono tutte le pareti di cartongesso, dell&#8217;apparenza fragile, che ci siamo  costruiti. Di fronte alla domanda ultima, crollano tutti i nostri baluardi. Ma per colui che ha il coraggio di fare la domanda, si aprono orizzonti inimmaginabili. Se poi la domanda è quella del Vangelo, allora si scopre presto che non siamo più soli, ma Qualcuno è venuto a cercarci, è uscito dal suo silenzio per darci la risposta ultima, che si chiama Padre. Ma dire Padre è dover imparare a vivere da figlio. Figli nel Figlio. E fare una scelta precisa, che non è secondo questo &#8220;mondo&#8221;. E&#8217; andare controcorrente. Ecco, perché la domanda fa ancora paura.</p>
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		<title>&#8220;Non voi avete scelto me&#8221; Gv15,16</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 07:36:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Vocazione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: right;">Lunedì 14 Maggio 2012</p>
<p>&#8220;Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi&#8220;. Uno degli aspetti della fede cristiana, è che si tratta sempre di una chiamata di fronte alla quale l&#8217;uomo è libero di rispondere. Ma molti che si avvicinano alla spiritualità, chiamiamola &#8220;cristiana&#8221;, tralasciano spesso, molto più spesso di quello che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Lunedì 14 Maggio 2012</p>
<p><a href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/Schermata-2012-05-14-a-09.34.07.png"><img class="alignright  wp-image-2059" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/Schermata-2012-05-14-a-09.34.07.png" alt="" width="470" height="382" /></a>&#8220;<span style="color: #0000ff;"><em>Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi</em></span>&#8220;. Uno degli aspetti della fede cristiana, è che si tratta sempre di una chiamata di fronte alla quale l&#8217;uomo è libero di rispondere. Ma molti che si avvicinano alla spiritualità, chiamiamola &#8220;cristiana&#8221;, tralasciano spesso, molto più spesso di quello che essi stessi possono immaginare, questo aspetto fondamentale. Sono infatti affetti da auto-referenzialità, svincolati frequentemente da ogni legame con la tradizione. Sono essi a scegliere il modo, il luogo e perfino i tempi. Insomma è una fede &#8220;fai da te&#8221;. Si aprono si ad una trascendenza, che però rimane sempre imprigionata in una umanità priva di ogni trascendenza divina. Per dirla con le parole di un noto filosofo, <em>umano, troppo umano.  </em>La spiritualità di questo tipo (autoreferenziale) è cercata per il proprio benessere, per lo stare bene senza compromettersi, per l&#8217;autorealizzazione personale, per arrivare in fine ad un &#8220;sacro sé&#8221;, intoccabile e che in ultima produce auto-salvezza. Non hanno bisogno di nessuno, nemmeno di Dio in fin dei conti; perché tanto, dicono, stanno bene così. E la scusa è sempre la stessa: perché la chiesa, i preti, etc &#8230; . Insomma, in un mondo di tuttologi, quelli che sanno sempre tutto e che capiscono tutto loro, non c&#8217;é spazio per questa chiamata. Perché semplicemente non siamo noi a chiamare, ma è Lui. E&#8217; Gesù che sceglie, che chiama, e invita alla sequela. Non sono io a scegliere e a decidere il cammino, ma è Dio. Questo è scomodo, perché richiede il sacrificio di una vita, la piena e incondizionata disponibilità. Pretende perfino l&#8217;essere  liberi da se stessi. E solo gli umili hanno questa capacità di rispondere.</p>
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		<title>&#8220;Rimanete nel mio amore&#8221; Gv15,9</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 06:12:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vangelo del giorno]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[comandamento]]></category>
		<category><![CDATA[Papa Benedetto XVI]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>&#8220;Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi&#8221; (Gv15,12). A volte possiamo avere la tentazione di sentirci più grandi di Dio; se pensiamo che per amare sia sufficiente uno sforzo ascetico, per esempio, siamo già fuori strada. Il Vangelo di oggi è chiaro. E&#8217; Gesù stesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/volto-di-cristo-300x261-copia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2053" title="" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/volto-di-cristo-300x261-copia.jpg" alt="" width="300" height="261" /></a>&#8220;<em>Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi</em>&#8221; (Gv15,12). A volte possiamo avere la tentazione di sentirci più grandi di Dio; se pensiamo che per amare sia sufficiente uno sforzo ascetico, per esempio, siamo già fuori strada. Il Vangelo di oggi è chiaro. E&#8217; Gesù stesso che ci guida con le sue stesse parole. &#8220;<em>Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi</em>&#8221; (v.9). L&#8217;amore con cui Egli ci ama è l&#8217;amore con il quale il Padre lo ama: un amore totale, incondizionato, di donazione e di gratuità. Perché Dio è amore (1Gv4,8): &#8220;<em>Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita&#8221; (1Gv5,11). </em>Quest&#8217;amore è vita per l&#8217;uomo. Se l&#8217;uomo si lascia toccare interiormente il cuore dall&#8217;amore di Dio tramite la fede, è Dio stesso che apre il cuore e lo trasforma (cfr. pp. Benedetto XVI, <em>Gesù di Nazaret II, </em>LEV, 2011, pag.71). E&#8217; la dinamica essenziale del dono, che abilita, cioè rende capace, l&#8217;uomo di amare, perché è Dio stesso ad operare e dunque ad amare in noi ( cfr. op. cit., pag.75).</p>
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		<title>&#8220;Un servo non è più grande del suo padrone&#8221; Gv15,20</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 09:35:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vangelo del giorno]]></category>
		<category><![CDATA[Deliri di onnipotenza]]></category>

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<p style="text-align: right;">Sabato 12 Maggio 2012</p>
<p>Spesso siamo convinti che la nostra vita sarà coronata di successi; o per lo meno è quello che pensiamo quando ci troviamo in alcune situazioni, diciamo, in cui è richiesta la fede. Mi spiego meglio. Se per esempio c&#8217;è da convertire qualcuno; se dobbiamo elaborare un certo progetto pastorale. Se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="(Andrey Pavlov/Caters News Agency/Iberpress) " href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/images.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2037" title="" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/images.jpg" alt="" width="259" height="194" /></a></p>
<p style="text-align: right;">Sabato 12 Maggio 2012</p>
<p>Spesso siamo convinti che la nostra vita sarà coronata di successi; o per lo meno è quello che pensiamo quando ci troviamo in alcune situazioni, diciamo, in cui è richiesta la fede. Mi spiego meglio. Se per esempio c&#8217;è da convertire qualcuno; se dobbiamo elaborare un certo progetto pastorale. Se riceviamo un incarico. Dimentichiamo che il &#8220;padrone&#8221;, cioè il Signore, non è che ha avuto tutti questi successi. Noi (i servi) invece, progettiamo, ci diamo da fare, come se tutto dipendesse dal nostro impegno. E quando giunge il fallimento o le cose non vanno come dovrebbero, andiamo in tilt. Ci dimentichiamo che il seme deve morire per portare frutto &#8230; che la Pasqua di Gesù è la modalità &#8220;ufficiale&#8221; con cui si realizza il Regno di Dio. Insomma per farla breve, ho l&#8217;impressione che delle volte pensiamo di essere più bravi del Padre Eterno e che riusciremo dove lui non è riuscito &#8230; deliri di onnipotenza?!</p>
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		<title>San Leopoldo Mandic, sacerdote cappuccino</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 05:44:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>
		<category><![CDATA[Il santo Cappuccino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Alto un metro e quaranta, artrite alle mani, difficoltà nel parlare, occhi arrossati: davvero un poveretto da compatire. Ma il medico Enrico Rubartelli, suo amico, lo vede come un capo, &#8220;assediato, seguito e invocato da folle di tutti i ceti&#8221; a Padova. A più di 50 anni dalla morte, altri lo invocano nel suo santuario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/52950A.jpg"><img class="alignright  wp-image-2025" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/52950A.jpg" alt="" width="512" height="341" /></a>Alto un metro e quaranta, artrite alle mani, difficoltà nel parlare, occhi arrossati: davvero un poveretto da compatire. Ma il medico Enrico Rubartelli, suo amico, lo vede come un capo, &#8220;assediato, seguito e invocato da folle di tutti i ceti&#8221; a Padova. A più di 50 anni dalla morte, altri lo invocano nel suo santuario padovano con la tomba. E gli scrivono, come a un vivo: i loro messaggi riempiono ormai centinaia di migliaia di pagine.<br />
E’ nato alle Bocche di Cattaro, terra dalmata sotto gli Asburgo. Battezzato col nome di Bogdan, entra sedicenne nel seminario cappuccino di Udine, poi è novizio a Bassano diventando fra Leopoldo, pronuncia i voti e nel 1890 è sacerdote, con un sogno preciso: spendere la vita per riconciliare con Roma i cristiani orientali separati. Il più piccolo frate dell’intero Ordine cappuccino cammina tra i primissimi sul sentiero dell’ecumenismo. Vuole andare in Oriente, e per due volte crede di fare il primo passo, quando lo mandano a Zara e a Capodistria. Ma nella guerra del 1915-18, essendo croato (ossia “suddito nemico”), deve risiedere nel Meridione d’Italia. Confessore a Padova, comincerà presto a essere “assediato”, ma nel 1923 lo destinano a Fiume, come confessore dei cattolici slavi. E la missione in Oriente sembra farsi realtà. <span id="more-2024"></span>Ma interviene il vescovo di Padova, il grande Elia Dalla Costa, e dice ai Cappuccini: &#8220;La partenza di padre Leopoldo ha destato in tutta la città un senso di amarezza e di vero sconcerto&#8221;. Insomma, i padovani non ci stanno. E riescono a recuperare il piccolo confessore, che passa giorni e anni in una celletta ascoltando ogni fallimento e riaccendendo ogni speranza. E anche lui capisce: &#8220;Il mio Oriente è qui, è Padova&#8221;.<br />
<a href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/San_Leopoldo.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2030" title="" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/San_Leopoldo.jpg" alt="" width="169" height="280" /></a>Il gigante della confessione. E anche il martire, perché vi brucia tutte le sue energie, ricco di compassione per tanta gente che impara da lui a conoscersi e a riprendere fiducia. Lui però non è un tipo bonario per naturale tranquillità. Al contrario, è bellicoso e capace d’infiammarsi in scatti aspri e inattesi, come il suo compatriota san Gerolamo. E, come lui, infatti, chiede al Signore il dono della calma: &#8220;Abbi pietà di me che sono dàlmata!&#8221;.<br />
Sembra impossibile che resista, sempre più fragile, a questo genere di vita, inasprito da preghiere, penitenze, digiuni. Ed è anche vecchio: &#8220;Ma la verità non invecchia&#8221;, usa ripetere; e quando nel 1942 lo portano in ospedale trova modo di confessare anche lì. Gli riscontrano però un tumore all’esofago. Torna allora in convento e muore il 30 luglio 1942, dopo aver tentato ancora di vestirsi per la Messa. E via via, come ha detto Paolo VI beatificandolo nel 1976, &#8220;la vox populi sulle sue virtù, invece che placarsi col passare del tempo, si è fatta più insistente, più documentata e più sicura&#8221;. E Giovanni Paolo II, nel 1983, ha collocato padre Leopoldo tra i santi.<br />
Il Martirologio Romano mette la festa il 30 luglio. Normalmente il santo o il beato si ricorda nel giorno della morte a meno che per motivi liturgici o pastorali segnalati da chi ha la responsabilità e valutati dal Maestro delle Cerimonie liturgiche prima della beatificazione o canonizzazione non stabilisca diversamente. Nel caso di san Leopoldo è stato chiesto, dopo la canonizzazione, la festa nel giorno non della morte ma della nascita (12 maggio).</p>
<p><span style="color: #ff3300;"><br />
Autore: </span><span>Domenico Agasso; fonte Famiglia Cristiana</span></p>
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		<title>Suisuoipassi &amp; Twitter</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 16:46:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Altro...]]></category>
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		<category><![CDATA[twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Suisuoipassi è anche su twitter</p>
<p></p>
<p>&#160;</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Suisuoipassi è anche su<span style="color: #3366ff;"><span style="color: #3366ff;"> <a title="suisuoipassi è anche su twitter" href="http://twitter.com/#!/suisuoipassi" target="_blank"><span style="color: #3366ff;">twitter</span></a></span></span></strong></p>
<p><a title="suisuoipassi è anche su twitter" href="http://twitter.com/#!/suisuoipassi" target="_blank"><img class="aligncenter size-full wp-image-2013" title="" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/Sui_suoi_passi_suisuoipassi_su_Twitter-20120508-112123.jpg.jpg" alt="" width="828" height="582" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sant&#8217;Ignazio da Laconi, cappuccino</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 09:48:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Venerdì 11 maggio 1781. Alle 15, la campana del convento di Buoncammino, dopo l&#8217;annuncio dell&#8217;agonia del Signore segnala la morte di uno dei religiosi. Basta poco perché la notizia si sparga per i vicoli della città; a farla correre ancor più veloce è il nome di frate Ignazio, il religioso defunto, ormai sulle labbra di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/images1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-2045" title="" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/images1.jpg" alt="" width="192" height="263" /></a>Venerdì 11 maggio 1781. Alle 15, la campana del convento di Buoncammino, dopo l&#8217;annuncio dell&#8217;agonia del Signore segnala la morte di uno dei religiosi. Basta poco perché la notizia si sparga per i vicoli della città; a farla correre ancor più veloce è il nome di frate Ignazio, il religioso defunto, ormai sulle labbra di tutti. Scatta allora una gara singolare fra i cagliaritani, ognuno desideroso di precedere gli altri al convento, per rendere omaggio al frate, e una processione interminabile si snoda davanti alla salma, interrotta forzatamente alla sera e ripresa il giorno dopo con ancor più massiccia partecipazione. Impressionante. Non era facile riscontrare simile concorso di folla, che all&#8217;umile gente del popolo vedeva affiancati i potenti del secolo: anche il viceré di Sardegna, accompagnato dal vicario generale della diocesi, sostò davanti alla salma. Due giorni dopo, di domenica, la messa esequiale &#8211; un vero tripudio &#8211; suggellò definitivamente il rapporto d&#8217;affetto della città con il suo &#8216;santo&#8217; (ché tale fu subito, almeno, nel giudizio della gente). Eppure la storia di fra Ignazio era stata di una ordinarietà sconcertante! Perfino i miracoli, tanto abbondantemente testimoniati negli atti dei processi canonici, apparivano quasi scontati, ordinari, come naturale compimento di un&#8217;esistenza più angelica che umana. Era nato a Laconi, al margine meridionale della regione montuosa sarda, un piccolo satellite nell&#8217;orbita cagliaritana, nel dicembre del 1701, da Mattia Cadello e Anna Maria Sanna, ed era scontato che avrebbe fatto il contadino come i suoi genitori. Sarebbe potuto avvenire diversamente in una regione isolata e poco aperta alle novità? <span id="more-2044"></span>Se si pensa che in sette anni, tra il 1713 e il 1720 &#8211; quando Ignazio visse l&#8217;adolescenza e la prima gioventù -, la Sardegna cambiò tre volte governo passando, dopo quattro secoli di dominio spagnolo, prima all&#8217;Austria, per poi tornare alla Spagna ed infine approdare alla casa Savoia, senza che i sardi si rendessero minimamente conto di tutto quel via vai governativo, si comprende come la vita sull&#8217;isola scorresse entro binari suoi propri, ben salda su leggi che non erano quelle codificate dal diritto vigente nelle monarchie europee. I suoi familiari inocularono in lui il virus evangelico, tanto che, ancora bambino, i compaesani lo soprannominarono <em>lu santuxeddu</em>, il santarello: non frequentò un solo giorno di scuola e non imparò mai a scrivere, ma tutti i giorni prendeva parte alla messa, che allora si celebrava prima dell&#8217;alba, e vi faceva da chierichetto. Non aveva ancora sette anni quando, come era costume del tempo, fu cresimato (il 17 maggio 1707) dall&#8217;arcivescovo di Oristano, mons. Francesco Masones y Nin. Il santarello si mantenne tale, stando alle testimonianze, anche nell&#8217;età, delicata e difficile, dell&#8217;adolescenza e della prima giovinezza, e tale era considerato quando, a diciott&#8217;anni, una malattia lo inchiodò a lungo sul letto e lo pose in fin di vita. Fu allora che fece a Dio la promessa che, se fosse sopravvissuto, si sarebbe fatto francescano. Vincenzo guarì, ma il voto non fu mantenuto. Non sapremo mai &#8211; con certezza &#8211; i motivi che portarono il giovane a dimenticare la promessa fatta; inutile, perciò, qualsiasi tentativo di spiegazione, che rimarrebbe unicamente fondato su ipotetiche congetture: è vero, infatti, che molto spesso &#8220;il passato resta oscuro e misterioso ciò che alberga nell&#8217;animo umano&#8221; (P. Golinelli). Ed è vero pure che Vincenzo sembrò dimenticare, per qualche tempo, non solo la promessa fatta, ma anche il precedente fervore religioso, intento piuttosto a scoprire le gioie della giovinezza. Ma se lui aveva dimenticato il voto fatto a Dio, Dio non si era certo dimenticato di lui. In un mattino dell&#8217;autunno 1721, mentre a cavallo si dirigeva verso l&#8217;altopiano del Sarcidano, per un attimo si sfiorò la tragedia: improvvisamente l&#8217;animale prese a correre all&#8217;impazzata e Vincenzo, che ne aveva ormai perso completamente il controllo, guardava con apprensione il precipizio che costeggiava il viottolo, certo, prima o poi, di finirvi dentro. Quando si era ormai convinto che la sua ora fosse suonata, il cavallo inaspettatamente si fermò, lasciando il giovane spossato e madido di sudore, sbiancato in volto per la paura. Solo allora &#8211; mentre tirava un sospiro di sollievo &#8211; Vincenzo si ricordò del voto fatto e non mantenuto. Fu in quel momento, perciò, che decise di compierlo. Nei primi giorni di novembre di quel 1721, Vincenzo, accompagnato dal padre, giunse a Cagliari, al convento di Buoncammino, e si presentò al Provinciale dei Cappuccini chiedendogli di essere accolto nell&#8217;Ordine. Accadde quel che forse non aveva previsto, poiché si vide opporre un deciso rifiuto: una salute come la sua, piuttosto malferma, non gli avrebbe consentito di superare le asprezze di una vita a cui un fratello laico doveva far fronte. Vincenzo e Mattia si recarono allora dal marchese di Laconi, Gabriele Aymerich, perché intercedesse a favore del ragazzo: fu grazie ai suoi buoni uffici se Laconi ebbe un contadino di meno e il popolo sardo un santo in più. Il 10 novembre Vincenzo indossava l&#8217;abito cappuccino, con il nome di Ignazio, ed iniziava l&#8217;anno di noviziato, superato non senza difficoltà: all&#8217;ultimo scrutinio passò per un solo voto (sei favorevoli e quattro contrari), ma tanto bastò ad ammetterlo alla professione, che emise il 10 novembre dell&#8217;anno seguente, 1722. I venti anni che seguirono rimangono avvolti da un silenzio difficile da scalfire: poche e contraddittorie le testimonianze su quel lungo periodo. Fu probabilmente ad Iglesias e poi Domusnovas (ma è possibile anche il contrario), impiegato in diversi lavori, ché non riusciva a tenere a lungo alcun incarico. Giunse a Cagliari intorno al 1742 e da allora fino alla morte percorse, bisaccia in spalla, le vie della città: di Cagliari imparò a conoscere le pietre e i volti degli uomini; entrò in tutte le case &#8211; in quelle dei poveri e in quelle dei ricchi -, chiedendo pane ed offrendo altro pane, quello del Vangelo, che annunciava in modo semplice ed efficace, soprattutto ai fanciulli ed alla povera gente, che da lui si sentiva accolta ed amata, compresa e difesa. Al punto che è rimasta celebre la lezione che fra Ignazio dette a Gioacchino Franchino, un commerciante arricchitosi dissanguando i poveri, che ambiva a grandeggiare, desideroso perfino di ottenere la patente di benefattore: ma il frate si guardava bene dal bussare alla porta della sua casa! Lo speculatore se ne lamentò col guardiano, che impose a fra Ignazio di passare anche dal Franchino quando andava per l&#8217;elemosina. Il frate &#8211; a malincuore, probabilmente &#8211; obbedì; ma appena uscì dalla casa del ricco profittatore, dalla sua bisaccia, carica dell&#8217;abbondante elemosina, cominciò a colar sangue: una scia continua, dalla città fino al convento. Quando depose quella bisaccia ai piedi del guardiano, questi, inorridito, domandò subito spiegazioni: &#8220;Padre -disse fra ignazio -, è sangue dei poveri&#8221;. E non disse più niente e niente più gli domandò il superiore, perché era stato detto tutto quel che c&#8217;era da dire! Intorno a quel frate buono, amico dei fanciulli e vicino ai sofferenti, che sapeva scrutare i cuori, che infliggeva al suo corpo una dura penitenza ed aveva ricevuto da Dio il dono dei miracoli e della preveggenza, fiorì presto la leggenda: divenne una parte importante di Cagliari e anche personaggi autorevoli si recarono a chiedere il suo consiglio e la sua intercessione. L&#8217;elemento miracoloso è così preponderante nelle testimonianze rese ai processi, che potrebbe apparirci persino stucchevole, se non avessimo però una testimonianza al di sopra di ogni sospetto, se non altro perché fu redatta da un pastore protestante senza alcuna intenzione di favorire la canonizzazione del frate. Giuseppe Fuos, giunto a Cagliari nel 1773, come cappellano al seguito di un reggimento tedesco, vi rimase per alcuni anni; nel 1780, a Lipsia, riunì in un volume (La Sardegna nel 1773-1776, stampato in tedesco) le lettere da lui scritte in quegli anni: &#8220;Noi vediamo &#8211; scriveva il pastore in una di esse &#8211; tutti i giorni mendicare attorno per la città un santo vivente [...]. Egli può fare che a lui corrano dietro formaggi interi, quando per inumanità se ne ricusa un pezzo. Se un incettatore di grano gli fa prendere il suo pane come elemosina ne spiccia il sangue; se un motteggiatore gli offre di riempirgli d&#8217;olio il suo sacco di tela, egli lo porta a casa senza perderne una goccia; anche le giovani dame nei loro parti imminenti lo supplicano per un felice esito, e la loro fiducia in lui deve essere ben profonda e non sospetta, perché egli è già un uomo canuto e sta con un piede nella tomba&#8221;. La scrittrice e premio nobel Grazia Deledda, riprendendo affermazioni di uno dei biografi del santo frate, sottolineava che egli &#8220;non ha scritto un rigo, perché era analfabeta, non ha lasciato una dottrina, perché non era un filosofo, non ha fondato nessun Ordine, perché non era uomo di geniali e coraggiose iniziative. Un povero frate questuante era fra Ignazio, il servo di tutti, l&#8217;ultimo degli uomini: eppure egli fu l&#8217;uomo più ricordato del Settecento sardo&#8221;. Ed ancora, sempre la Deledda, ricordava una caratteristica effigie che &#8220;ce lo presenta già vecchio, già forse cieco; con il Rosario, il bastone, la barba ispida, il viso bruno camuso: non ha nulla del serafico: è però l&#8217;antico pastore sardo, nella cui bisaccia si nasconde un tesoro di sapienza e di virtù&#8221;. Quella sapienza e quella virtù che ancor oggi incantano!</p>
<p><em>Felice Accrocca</em></p>
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		<title>&#8220;Io ho scelto voi&#8221; Gv15,16</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 06:58:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vangelo del giorno]]></category>
		<category><![CDATA[H.U. Von Balthasar]]></category>
		<category><![CDATA[Vocazione]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: right;">Venerdì 11 Maggio 2012</p>
<p style="text-align: left;">&#8220;Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga&#8221; (Gv15,16). Non ho trovato parole più belle e vere di queste di  Hans U. Von Balthasar: La vocazione biblica, assumendo Cristo come modello, è espropriazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Venerdì 11 Maggio 2012</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/caravaggio_124_la_vocazione_di_san_matteo_1599.jpg"><img class="alignleft  wp-image-2002" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/caravaggio_124_la_vocazione_di_san_matteo_1599.jpg" alt="" width="512" height="357" /></a>&#8220;<em>Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga</em>&#8221; (Gv15,16). Non ho trovato parole più belle e vere di queste di <!--?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?--> <strong>Hans U. Von Balthasar</strong>: <strong><span style="color: #000080;">La vocazione biblica, assumendo Cristo come modello, è espropriazione di un’esistenza privata in funzione della salvezza universale: diventare proprietà di Dio, per essere da Lui consegnati al mondo da redimere e venir usati e consumati nell’evento della redenzione. &#8230; L&#8217;unico atto col quale un uomo può corrispondere al Dio che si rivela è quello della disponibilità illimitata. Esso è l’unità di fede, speranza e amore. Ed è pure il si che Dio esige, quando vuole servirsi di un credente secondo i suoi piani divini. Soltanto in questo senso di assoluta disponibilità Dio pone il seme tanto della sua Parola che del suo incarico missionario (i quali alla fine sono lo stesso seme). Solo questo si di illimitata disponibilità è l&#8217;argilla con la quale Dio può dar forma a qualcosa: solo essa ha forza redentrice, nella grazia di Cristo, corredentrice. In questa prova d&#8217;obbedienza totale anche ecclesiale, furono notoriamente posti, sebbene rari, anche tutti quei compiti ecclesiali spedali che, provenendo direttamente da Dio ed esigendo la più assoluta obbedienza a Lui, dovevano affermarsi &#8211; per lo più attraverso la sofferenza &#8211; nello spazio della Chiesa</span></strong> (da <em>Vocazione, </em> Ed. Rogate, 2008).</p>
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		<title>La gioia di Dio</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 14:23:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fra Marco</dc:creator>
				<category><![CDATA[Vangelo del giorno]]></category>
		<category><![CDATA[fede]]></category>
		<category><![CDATA[Gioia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: right;">Giovedì 10 Maggio 2012</p>
<p>&#8220;Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena&#8221; (Gv15,11). Dio è uno sa gioire. Nella Bibbia spesso emerge il lato gioioso di Dio; è uno che sa fare anche ironia. Nel Vangelo emerge questo tratto &#8220;umano&#8221; di Gesù: &#8220;Gesù esultò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">Giovedì 10 Maggio 2012</p>
<p><a href="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/IMG_5405.jpg"><img class="alignleft  wp-image-1997" src="http://www.suisuoipassi.org/wp-content/uploads/2012/05/IMG_5405.jpg" alt="" width="559" height="432" /></a>&#8220;<span style="color: #0000ff;"><em>Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena</em></span>&#8221; (Gv15,11). Dio è uno sa gioire. Nella Bibbia spesso emerge il lato gioioso di Dio; è uno che sa fare anche ironia. Nel Vangelo emerge questo tratto &#8220;umano&#8221; di Gesù: &#8220;<em>Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo&#8221; </em>(Lc10,21; Mt11,25-27). Egli stesso invita i suoi discepoli a rallegrarsi (Lc10,20). Insomma non è un &#8220;triste&#8221;. La gioia accompagna tutte le apparizioni del Risorto. Dovrebbe essere una specie di prova di autenticità della fede. Mi riferisco piuttosto a tutti quei momenti in cui non siamo mai contenti. Ad esempio: se non c&#8217;è campo per il cellulare; se il computer impiega troppo tempo ad avviarsi. Oppure se il vecchietto fermo al semaforo davanti a noi ci mette qualche microsecondo in più a scattare. O, come, il caso successo a me stamattina, quando ho dovuto rifare due volte la stessa fila per il ticket. Ecco in queste piccole cose si vede l&#8217;autenticità della nostra fede. Se invece non sappiamo rallegrarci e ci arrabbiamo, sbuffiamo o peggio, forse vuol dire che tuta la società in cui viviamo, siamo pieni di frustrazioni, e in qualche caso, di malattie invisibili che non esistono. Se questo ancora non bastasse per riflettere, beh, pensa almeno che a questo mondo c&#8217;è qualcuno che sta peggio di te. Che questo qualcuno forse oggi ancora non ha mangiato, e, forse, nemmeno mangerà. Pensiamoci bene prima di arrabbiarci, se davvero stiamo messi così male. Dio non ha il volto triste.</p>
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