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La realtà del carcere

La realtà del carcere

I nostri frati sono impegnati su diversi fronti; uno di questi è il carcere maschile di Pistoia.

Desiderosi di farvi conoscere più da vicino le realtà in cui siamo chiamati a portare il Vangelo, abbiamo rivolto qualche domanda a Fra Alfredo Maria Paladini attuale cappellano:

La tua è una vocazione adulta, quanto ti ha aiutato la tua esperienza di vita nel mondo per comprendere questi fratelli?

Sono entrato in convento a 39 anni: fuori facevo il manager e viaggiavo parecchio. Essere stato al di là della trincea mi è stato utile; mi ha aiutato ad essere spoglio di un certo clericalismo. Prima di continuare, però, devo fare delle premesse per far capire cos’è attualmente il carcere: purtroppo lo si può paragonare ad una discarica. Ci si ritrova con persone in attesa di giudizio; sono persone che cercano di recuperare la loro dignità, così, tento di avvicinarmi a loro parlando di tutto ciò che può interessare come lo sport per esempio, devo cercare “un cavallo di Troia” per portarli al Signore. Poi esistono i collaboratori di giustizia: sono più sottili, perché hanno una mentalità criminale; altri arrivano da noi poveri davvero, cioè con solo i vestiti addosso; ci sono problemi di lingua, tentati suicidi.

Dall’esterno non ci si rende conto di tutto questo. In Italia c’è un concordato tra S. Sede e Ministero della Giustizia che ci permette di operare in questi luoghi ed è un servizio non solo per i cattolici, come non si è cappellani solo dei detenuti ma anche di tutti gli operatori presenti; a volte solo dire “Buon lavoro” è importante, esserci è importante! Faccio parte anche della Consulta Nazionale come rappresentante della S. Sede ed ultimamente ci siamo confrontati col ministro Alfano perché la situazione è terribile; lo stesso carcere in realtà è un fallimento, è anti-evangelico. Lo sbocco non è la costruzione di nuove carceri ma cercare alternative valide, come il lavoro per esempio. Questo “parcheggio” non crea riabilitazione.

Stare con un carcerato non è come stare con un ammalato: entrambi soffrono ma il secondo ha particolare bisogno di misericordia…

Sono due pastorali sicuramente diverse; bisogna capire perché uno è in carcere. C’è molta differenza tra un detenuto e l’altro; certo, dove il peccato è abbondato, è necessaria molta grazia di Dio. È necessario insistere sulla dignità della persona perché le risorse di bene per un essere umano sono infinite. Ricordo di un collaboratore di giustizia che prima di andare in isolamento mi chiese qualcosa da leggere: non volle la Bibbia; allora gli proposi la Divina Commedia, la imparò a memoria e non era un intellettuale. Per ciò che mi riguarda, cerco di far capire che prima del prete c’è l’uomo, mai imporre Cristo. È dal dialogo che poi si nota che gli occhi delle persone cambiano fino al migliore dei casi quando li vedi a messa. Prima di darsi come frate bisogna proporsi come uomo, d’altra parte hai già l’abito, sanno già chi sei; non c’è bisogno d’altro.

Come frate cappuccino qual è lo specifico della tua presenza tra i detenuti?

Lo specifico è S. Francesco che è vincente; poi messa tutti i giorni, colloqui, a volte faccio catechesi sulla perfetta letizia francescana. Hanno grande rispetto per i frati e ammirazione per S. Francesco; l’abito aiuta tanto, loro lo associano alla povertà. C’è invece sospetto per coloro che si propongono un po’ spocchiosi; essere sgangherati alla maniera cappuccina aiuta. Poi loro comprendono bene il linguaggio della croce: abbiamo un gemellaggio col Meyer (ospedale pediatrico di Firenze, ndt), hanno molta sensibilità per questi bimbi e pregano per loro; amano coloro che sono messi peggio di loro. Ho anche portato i volantini delle vocazioni, erano curiosi e hanno cominciato a pregare anche per questo, sono molto attratti dalla preghiera e lo fanno in modo serio più che tante persone fuori, perché loro stessi sono feriti e crocefissi.

Come sei accolto da questi fratelli quando ti rechi quotidianamente da loro?

Come uno di loro … di famiglia; il pericolo è il meccanismo che scatta una volta che sono fuori, ti vorrebbero continuamente, a quel punto è necessario tagliare. Non riesco a scandalizzarmi e sotto un certo profilo ci sono cose anche divertenti; si confessano molto partecipano numerosi a questo sacramento. Il contatto come già accennato è quello uomo a uomo. Io penso che Dio mi abbia usato tanta misericordia perché mi ha preso così, niente vietava che anch’io diventassi come loro.

La Pgv Toscana augura a tutti i carcerati un Santo Natale, ricordandovi tutti nelle nostre preghiere

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